Candidato alle Elezioni COMITES Irlanda 2026 con la lista “Italiani in Irlanda”, racconta un percorso iniziato nel 2001. Al centro della sua proposta: comunità, sostegno ad anziani e bambini, lingua italiana, scuola, cultura e musica
Arriva in Irlanda nel novembre del 2001. Per Diego Simeoli, originario di Napoli, non è soltanto un trasferimento: è l’approdo in un Paese che, racconta, aveva abitato a lungo nei suoi sogni. Da allora sono trascorsi venticinque anni, scanditi dal lavoro, dalla famiglia, dall’integrazione e da una vita costruita lontano dall’Italia. Oggi Simeoli lavora come Business Analyst e si presenta alle Elezioni COMITES Irlanda 2026 come candidato della lista “Italiani in Irlanda”. Nel raccontare la propria candidatura, torna più volte su un’immagine: quella del ponte. Un collegamento tra chi vive all’estero e la madrepatria, ma anche tra generazioni, istituzioni e territori diversi dell’Irlanda. Il voto per il rinnovo del COMITES Irlanda è fissato al 4 dicembre 2026. L’Ambasciata d’Italia a Dublino ha precisato che quella data rappresenta l’ultimo giorno utile per far pervenire al Consolato la busta contenente la scheda votata. Il Comitato da eleggere sarà composto da 12 membri. Il quadro istituzionale aiuta a comprendere il significato delle proposte avanzate nell’intervista. I COMITES sono organismi di rappresentanza degli italiani all’estero nei rapporti con le rappresentanze diplomatico-consolari. La legge attribuisce loro funzioni che riguardano, tra l’altro, lo sviluppo sociale, culturale e civile della comunità, l’assistenza sociale e scolastica, la formazione e le iniziative culturali e ricreative. Ed è proprio su questi terreni che Simeoli concentra il proprio intervento. Parla degli anziani che possono sentirsi esclusi da una società sempre più digitalizzata, dei bambini nati o cresciuti in Irlanda che rischiano di perdere parte del rapporto con la lingua e la storia italiana, della necessità di creare occasioni culturali e musicali e di un COMITES che, nella sua visione, dovrebbe essere riconoscibile e accessibile anche al di fuori di Dublino. C’è poi una dimensione personale. Simeoli parla del figlio di otto anni, che frequenta la scuola irlandese e utilizza l’italiano soprattutto in famiglia. È da questa esperienza quotidiana che nasce una delle questioni che pone: come trasmettere ai figli degli emigrati non soltanto la lingua parlata in casa, ma anche grammatica, storia e conoscenza dell’Italia?
Diego, partiamo dall’inizio. Quando arriva per la prima volta in Irlanda?
«Sono arrivato in Irlanda nel novembre 2001. È stato un momento molto emozionante per me: essere finalmente presente in un Paese che era sempre stato nei miei sogni. Da allora ho vissuto tantissime esperienze, dal punto di vista sociale, lavorativo, economico e soprattutto familiare. Sono originario di Napoli e, dopo tanti anni qui, scherzo persino sul fatto che quando parlo italiano mi sembra di stare perdendo un po’ l’accento napoletano.»
Che cosa ha rappresentato l’Irlanda nel suo percorso personale e professionale?
«In tutti questi anni ho fatto molte esperienze. Ho lavorato in contesti diversi e per varie aziende, anche come Business Analyst. Ma l’Irlanda non è stata soltanto lavoro: qui c’è stata la mia crescita personale, sociale e familiare. Oggi ho un figlio di circa otto anni e inevitabilmente guardo questo Paese anche attraverso i suoi occhi.»
Perché ha deciso di candidarsi alle Elezioni COMITES Irlanda 2026 con “Italiani in Irlanda”?
«Mi sono candidato perché ho trovato un modo per far evolvere il mio punto di vista sociale e culturale rispetto a noi italiani all’estero. Credo che il COMITES debba diventare un punto di riferimento quotidiano per la comunità.»
Lei utilizza un’espressione precisa: il COMITES come “ponte”. Che cosa significa?
«Il COMITES deve fungere da ponte con la madrepatria. Il nostro obiettivo deve essere portare avanti ciò di cui noi italiani abbiamo bisogno qui in Irlanda: eventi, riunioni, occasioni d’incontro, ma anche iniziative legate alla scuola e alla vita sociale della comunità.»
Un punto di riferimento soltanto a Dublino?
«No. Penso a un COMITES che possa essere un riferimento quotidiano anche per chi si trova a Mullingar, Cavan, Cork o in altre parti dell’Irlanda. Attraverso gli strumenti sociali e la capacità di ascoltare le persone bisogna cercare di rispondere ai bisogni reali della comunità.»
Tra le sue priorità cita le fasce più fragili. A chi pensa in particolare?
«Penso soprattutto agli anziani e ai bambini. Il COMITES deve cercare di capire quali siano le necessità prioritarie delle persone e intervenire sul piano sociale. Proprio recentemente, su Facebook, ho letto il commento di una persona che chiedeva aiuto per capire come votare e che si sentiva un po’ a disagio davanti alla procedura.»
Lei è critico verso un’eccessiva digitalizzazione dei servizi?
«Non possiamo pensare che tutto debba ridursi al digitale, ai QR code e a strumenti che non tutti utilizzano con la stessa facilità. Dobbiamo andare incontro alle persone partendo dai loro punti di forza. Con il nostro aiuto possiamo fare in modo che ciascuno si senta maggiormente parte della comunità.»
C’è poi il tema della scuola, che per lei ha anche un significato personale.
«Mio figlio ha otto anni e frequenta la scuola irlandese. Con me ha soprattutto la possibilità di parlare italiano a casa e affrontiamo diversi argomenti nella nostra lingua. Ma mi piacerebbe che un giorno potesse conoscere l’italiano sotto tutti i punti di vista: la grammatica, la storia e tutto ciò che fa parte della nostra cultura.»
Quindi non si tratta soltanto di insegnare una lingua?
«Esatto. Bisogna creare opportunità nelle quali i bambini possano ritrovarsi e conoscere la cultura italiana. Loro non vivono in Italia, vivono qui in Irlanda. Proprio per questo devono avere la possibilità di conoscere anche la madrepatria dei propri genitori.»
Quale ruolo potrebbe svolgere concretamente il COMITES su questo fronte?
«Il COMITES potrebbe promuovere idee e progetti che consentano ai bambini di incontrarsi e avvicinarsi maggiormente alla lingua, alla storia e alla cultura italiana. Per me è un tema importante anche perché lo vivo direttamente come padre.»
Nella sua idea di comunità c’è molto spazio anche per musica e cultura. Perché?
«È un aspetto molto importante per gli italiani che vivono qui. Ho visto molti eventi musicali, di generi diversi, dal jazz al blues, con cantanti e gruppi che arrivano dall’Italia per esibirsi in Irlanda. Sono occasioni che aprono nuovi spazi dal punto di vista culturale e musicale.»
Il COMITES potrebbe quindi diventare anche un motore di iniziative culturali?
«Sì, credo possa fungere da volano anche per progetti musicali e culturali. Creare occasioni di incontro significa mantenere vivo il rapporto con l’Italia e, allo stesso tempo, rafforzare la comunità che vive qui.»
Dopo quasi venticinque anni in Irlanda, che cosa significa per lei oggi “comunità italiana”?
«Significa sentirsi parte di qualcosa. Le persone devono sapere che esiste un riferimento al quale rivolgersi e che non devono necessariamente affrontare tutto da sole. È questo il senso che attribuisco al COMITES: essere vicino alle esigenze concrete degli italiani che vivono in Irlanda.»





















































