La storia di Elisa: una carriera internazionale tra UNICEF e cinque continenti, una scelta guidata dai dati e dall’intelligenza artificiale e una nuova vita a Malahide, dove qualità della vita, comunità e innovazione si incontrano. Un percorso che racconta una nuova forma di emigrazione italiana fatta di competenze globali, visione strategica e desiderio di equilibrio familiare. Ci sono italiani che lasciano il proprio Paese inseguendo un’opportunità di lavoro e altri che, dopo aver costruito una carriera ai massimi livelli delle istituzioni internazionali, scelgono di ricominciare mettendo al centro una domanda profondamente diversa. Per Elisa, professionista con oltre vent’anni di esperienza nelle Nazioni Unite e protagonista di programmi di sviluppo in alcuni dei contesti più complessi del pianeta, il futuro non si misura più soltanto in incarichi prestigiosi o nuove responsabilità manageriali.
Dopo una vita trascorsa tra Africa, Medio Oriente, America Latina, Asia e il quartier generale di New York, arriva il momento di individuare il luogo migliore in cui far crescere la propria famiglia. Una decisione affrontata con lo stesso metodo utilizzato per governare grandi programmi internazionali: analisi, pianificazione, valutazione comparata e perfino il supporto dell’intelligenza artificiale. Il risultato conduce in un piccolo angolo d’Irlanda affacciato sul mare: Malahide, alle porte di Dublino, dove il senso di comunità convive con una forte apertura internazionale. Nel racconto di Elisa emerge una visione dell’emigrazione completamente diversa dagli stereotipi tradizionali: una mobilità consapevole, costruita sulla ricerca della qualità della vita, della sicurezza, dell’istruzione e della possibilità di offrire ai propri figli un ambiente equilibrato e ricco di opportunità. La sua storia è anche quella di una professionista che continua a guardare oltre i confini nazionali, mantenendo un forte legame con l’Italia e sviluppando nuovi progetti tra ricerca, università, imprenditoria e salute.Ne nasce un dialogo che attraversa esperienze personali, carriera internazionale e prospettive future, raccontando un’Irlanda vista attraverso gli occhi di chi ha conosciuto il mondo.
Chi è Elisa e quale percorso l’ha portata fino all’Irlanda?
«Sono una professionista italiana che ha trascorso vent’anni nelle Nazioni Unite, principalmente con UNICEF. Nel corso della mia carriera ho vissuto e lavorato in otto Paesi distribuiti in cinque diverse regioni del mondo, guidando programmi nazionali di riforma, partenariati strategici con governi e donatori internazionali, risposte umanitarie e processi di trasformazione che hanno raggiunto milioni di bambini e famiglie. Parallelamente ho conseguito un PhD in Global Health and Development con Columbia University di New York e Queen Margaret University di Edimburgo e, proprio negli ultimi mesi, ho iniziato a sviluppare interessanti collaborazioni con Trinity College Dublin, un’istituzione che ammiro profondamente.»

Quando nasce il desiderio di cambiare vita?
«Dopo vent’anni di carriera internazionale ho iniziato a pormi una domanda completamente diversa rispetto a quelle che avevano guidato il mio percorso fino a quel momento. Non mi chiedevo quale sarebbe stata la mia prossima posizione professionale, ma quale fosse il luogo migliore al mondo in cui costruire il futuro della mia famiglia.»
Come avete scelto proprio l’Irlanda?
«È stato un processo molto coerente con il mio modo di lavorare. Ho sempre preso decisioni importanti basandomi su dati, analisi e pianificazione strategica. Insieme a mio marito abbiamo elaborato una matrice con circa quarantasei criteri che il Paese ideale avrebbe dovuto soddisfare contemporaneamente per tutti i componenti della famiglia. Non consideravamo soltanto il lavoro, ma anche qualità della vita, sicurezza, istruzione, sanità, integrazione, benessere dei bambini, prospettive economiche, opportunità professionali per mio marito nel settore delle costruzioni, vicinanza all’Italia, possibilità di investimento e sostenibilità nel lungo periodo.»
Anche l’intelligenza artificiale ha avuto un ruolo in questa decisione?
«Sì. Ho utilizzato strumenti di intelligenza artificiale per analizzare le diverse opzioni internazionali e, con mia sorpresa, è emersa Malahide come soluzione ideale. Due settimane dopo avevamo già preso la decisione, trovato casa e organizzato il trasferimento.»
Che cosa avete trovato a Malahide?
«Una scoperta straordinaria. Dopo aver vissuto in megalopoli con oltre venticinque milioni di abitanti cercavo un luogo capace di unire qualità della vita, senso di comunità, bellezza naturale e vicinanza a una capitale internazionale. Qui ho ritrovato il mare che mi ricorda le mie origini siciliane, grandi spazi verdi, una forte identità locale e una mentalità aperta al mondo. Le persone si salutano per strada, i bambini crescono con grande autonomia e le famiglie partecipano attivamente alla vita della comunità. È un luogo che ti fa sentire parte di qualcosa.»
Come avete vissuto l’accoglienza in Irlanda?
«Siamo arrivati a gennaio e siamo stati accolti con una generosità che ci ha profondamente colpiti. Fin dai primi mesi abbiamo incontrato persone disponibili ad aiutarci, a condividere consigli e a facilitare il nostro inserimento. Ho avuto il privilegio di ricevere parole di benvenuto da figure che rappresentano istituzioni molto importanti per la comunità italiana e internazionale, tra cui il Direttore Esecutivo di UNICEF Irlanda, l’Ambasciatore d’Italia e la Direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura. In pochi mesi ho costruito solide amicizie con molte donne irlandesi che oggi sembrano far parte da sempre del mio percorso.»
Quanto è importante sentirsi parte della comunità?
«Per me ha un enorme valore umano. Mi sono sentita non soltanto benvenuta, ma anche incoraggiata a contribuire attivamente alla società che ci ospita. È ciò che sto cercando di fare mettendo a disposizione la mia esperienza internazionale e creando nuovi ponti tra Irlanda, Italia e resto del mondo.»
Come stanno vivendo questa esperienza i vostri figli?
«Molto bene, e credo che siano loro il vero indicatore del successo della nostra scelta. Mio figlio si è appassionato all’hurling e attraverso questo sport sta costruendo amicizie e un forte senso di appartenenza alla comunità locale. Mia figlia studia la lingua irlandese e sentirla pronunciare nuove parole per strada mi emoziona perché rappresenta concretamente il nostro percorso di integrazione. Entrambi partecipano ai Sea Scouts, un’esperienza che sta rafforzando autonomia, spirito di squadra e legame con il territorio. Mi hanno persino fatto promettere, con un vero e proprio contratto familiare, che io e mio marito Jean Baptiste non partiremo più.»

Di cosa si occupa oggi?
«Sto vivendo un periodo estremamente stimolante. Continuo a collaborare con professionisti, università, organizzazioni e reti internazionali, mentre porto avanti diversi progetti imprenditoriali e di investimento in Paesi come il Brasile e la Lettonia. Uno dei progetti che mi entusiasma maggiormente riguarda però l’Italia: insieme a mio fratello, a mia cognata, entrambi medici, e ad altri due soci stiamo lavorando alla realizzazione di un nuovo centro medico a Forlì.»
Qual è la filosofia di questo progetto?
«Nasce dalla convinzione che salute fisica e salute mentale non debbano essere considerate due mondi separati. Dopo una vita professionale dedicata al benessere delle persone e delle comunità, sento che questo progetto rappresenta la naturale evoluzione del mio percorso. Vogliamo creare uno spazio moderno, multidisciplinare e accessibile che metta la persona e la comunità al centro, integrando prevenzione, salute fisica, salute mentale e qualità della vita.»
Dopo aver vissuto in tanti Paesi, cosa la colpisce maggiormente dell’Irlanda?
«Il Meitheal, cioè lo spirito comunitario. L’Irlanda guarda al futuro, investe nell’innovazione e riesce ad attrarre talenti da tutto il mondo, ma conserva allo stesso tempo un forte senso di autenticità, attenzione alla qualità della vita e un rapporto profondo con la natura. Dopo aver lavorato in contesti molto diversi ho imparato che il vero sviluppo non si misura soltanto attraverso gli indicatori economici, ma anche dalla fiducia tra le persone, dalla sicurezza, dal senso di appartenenza e dalla possibilità di immaginare un futuro sereno per i propri figli.»
Se dovesse riassumere la sua scelta in una sola frase?
«Dopo vent’anni nelle Nazioni Unite ho avuto il privilegio di poter scegliere liberamente dove costruire il prossimo capitolo della mia vita. Ho analizzato il mondo intero. L’intelligenza artificiale mi ha indicato l’Irlanda. La vita quotidiana mi ha confermato che era la scelta giusta e per questo ne sono profondamente grata.»
La storia di Elisa racconta una nuova generazione di italiani nel mondo: professionisti altamente qualificati che non emigrano per necessità, ma scelgono consapevolmente il contesto nel quale vivere, crescere e investire. In questa prospettiva, l’Irlanda diventa non soltanto una destinazione lavorativa, ma un luogo capace di coniugare innovazione, qualità della vita e forte senso di comunità, valori sempre più ricercati da chi costruisce percorsi internazionali. È il racconto di un legame che continua a unire due Paesi europei attraverso competenze, cultura e relazioni umane, dimostrando come l’esperienza maturata nel mondo possa trasformarsi in una risorsa preziosa per creare nuovi ponti tra persone, istituzioni e territori. E forse proprio questa è la lezione più significativa: dopo aver attraversato continenti e culture diverse, il vero approdo non coincide necessariamente con il punto più prestigioso della carriera, ma con il luogo in cui una famiglia può immaginare il proprio futuro con serenità, fiducia e senso di appartenenza.














































