Presentato alla Camera dei Deputati “Sulle tracce della nave Arandora Star – 2 Luglio 1940”, il volume con cui Francesco Morelli ricostruisce una delle pagine più dolorose dell’emigrazione italiana durante la Seconda guerra mondiale. L’On. Federica Onori: «Un lavoro prezioso. La memoria non appartiene solo alle famiglie, è una responsabilità delle istituzioni».
Oggi quelle tracce sono arrivate fino alla Camera dei Deputati. E ciò che per decenni è sopravvissuto soprattutto nei ricordi delle famiglie, nei paesi dell’emigrazione e sulle coste raggiunte dal mare torna a chiedere un posto nella memoria pubblica italiana. Non soltanto come storia di una nave affondata il 2 luglio 1940, ma come storia delle persone che erano a bordo e di un Paese chiamato, ottantasei anni dopo, a ricordarne i nomi. Per decenni è stata una tragedia custodita soprattutto nelle memorie familiari, nei piccoli paesi da cui partirono gli emigranti e nei luoghi, lontani dall’Italia, in cui il mare restituì alcune delle vittime. Oggi quella storia è arrivata alla Camera dei Deputati, dove è stato presentato il libro di Francesco Morelli, Sulle tracce della nave Arandora Star – 2 Luglio 1940: un lavoro dedicato al naufragio che segnò una delle pagine più drammatiche della presenza italiana nel Regno Unito durante la Seconda guerra mondiale. Il 2 luglio 1940 l’Arandora Star, utilizzata per trasferire internati verso il Canada, venne silurata nell’Atlantico. A bordo si trovavano anche centinaia di italiani. Secondo quanto ricordato oggi dalla deputata di Azione Federica Onori, eletta nella circoscrizione Estero-Europa, furono 446 gli italiani che persero la vita. «L’Arandora Star non è solo una nave affondata: è un pezzo della nostra storia che per troppo tempo è rimasto in fondo al mare», ha dichiarato Onori a margine della conferenza stampa. Il libro di Morelli, ha aggiunto, è «un lavoro prezioso» perché, seguendo le tracce del naufragio attraverso archivi, luoghi e famiglie, ha contribuito a restituire «un volto e un nome» alle vittime e a riportare alla luce una vicenda che «tutto il Paese deve conoscere».
Una tragedia dell’emigrazione italiana
Per comprendere l’Arandora Star occorre tornare ai giorni più convulsi del 1940. Con l’ingresso dell’Italia nella Seconda guerra mondiale, molti italiani presenti nel Regno Unito furono internati. Morelli ricostruisce quel passaggio ricordando come numerosi connazionali vennero trasferiti prima in Scozia e sull’Isola di Man e successivamente destinati alla deportazione in Canada. «Durante la guerra, molti italiani furono internati in Inghilterra, poi trasferiti in Scozia e sull’Isola di Man. Quando non c’era più spazio, decisero di deportarli in Canada. Il 2 luglio 1940, la nave Arandora Star venne silurata al largo del Donegal», racconta Morelli. Dietro i numeri, tuttavia, ci sono soprattutto persone. Famiglie, paesi, comunità di emigranti. Ed è precisamente su questa dimensione che si concentra il lavoro di Morelli: trasformare una tragedia collettiva, lontana ormai più di ottant’anni, in una storia nuovamente riconoscibile attraverso i nomi, i luoghi e i legami che quelle vite avevano lasciato dietro di sé. È anche per questo che la presentazione alla Camera assume un significato che supera quello strettamente editoriale. Porta dentro una delle principali istituzioni della Repubblica una vicenda che appartiene alla storia degli italiani all’estero e che, per lungo tempo, è rimasta soprattutto affidata alla tenacia delle famiglie, delle comunità e di chi ha continuato a ricostruirne le tracce.
Dall’Irlanda alla Camera dei Deputati
Per Francesco Morelli, infatti, l’Arandora Star non è soltanto l’oggetto di una ricerca storica. È diventata negli anni un impegno legato alla memoria dell’emigrazione italiana e ai territori nei quali quella tragedia ha lasciato segni ancora visibili. Uno di questi è il cimitero di Termoncarragh, in Irlanda, luogo nel quale Morelli ha promosso un gesto concreto di commemorazione attraverso la posa di lapidi dedicate alle vittime. Le coste irlandesi furono infatti raggiunte dai corpi restituiti dal mare dopo il naufragio. «A Termoncarragh ho voluto posare una lapide per gli italiani morti nella tragedia e un’altra per i cinque compaesani di Casalattico», spiega Morelli. Un gesto che, nelle sue parole, nasce dalla volontà di «preservare la memoria, dare un nome a queste vite e mantenere vivo il legame con la nostra storia». Il riferimento a Casalattico non è marginale. Il rapporto tra il paese d’origine e l’Irlanda attraversa infatti il percorso personale e culturale di Morelli. La sua esperienza si colloca all’incrocio tra emigrazione, attività professionale, associazionismo e recupero della memoria storica, mantenendo un legame tra Casalattico e Cashel che è diventato parte della sua attività culturale. Il libro nasce dentro questo percorso. Non soltanto dal desiderio di raccontare un naufragio, ma dalla ricerca delle tracce lasciate dalle persone coinvolte e dalle comunità che ancora oggi ne conservano il ricordo.
Dalle famiglie alle istituzioni
Alla presentazione alla Camera hanno partecipato anche la professoressa Franca Solfrini e Cesidio Di Ciacca, insieme ai rappresentanti dei territori da cui provenivano alcune delle vittime: il sindaco di Casalattico, Francesco Antonio Di Lucia, e il sindaco di Cassino, Enzo Salera. Nel corso dell’incontro è arrivato inoltre il contributo video del senatore Andrea De Priamo, responsabile del Gruppo di amicizia Italia-Irlanda. Presenze che mostrano come il lavoro sulla memoria dell’Arandora Star stia progressivamente uscendo dalla dimensione privata e locale per assumere un significato istituzionale più ampio. «La memoria dell’Arandora Star non appartiene solo alle famiglie, ma è una responsabilità delle istituzioni», ha sottolineato Onori. Parole che acquistano un peso particolare alla vigilia della prima Giornata nazionale dell’11 ottobre, richiamata dalla deputata durante la presentazione. È probabilmente questo il passaggio centrale della giornata alla Camera: il tentativo di trasformare il ricordo da patrimonio di chi quella tragedia l’ha vissuta indirettamente, attraverso genitori e nonni, in parte riconosciuta della memoria collettiva italiana.
«Dare un nome a queste vite»
Nel lavoro di Morelli ritorna continuamente il tema del nome. Non lasciare che le vittime rimangano soltanto una cifra all’interno della contabilità terribile della guerra. Cercarne le origini, ricostruirne le storie, individuare i luoghi di provenienza e mantenere un collegamento tra ciò che accadde nel 1940 e le generazioni di oggi. È una ricerca che riguarda inevitabilmente anche l’emigrazione italiana. Gli uomini imbarcati sull’Arandora Star appartenevano a comunità che avevano costruito la propria esistenza lontano dall’Italia e che, improvvisamente, si trovarono travolte dalla guerra e dalle conseguenze dell’internamento. In questa prospettiva il naufragio smette di essere soltanto una vicenda navale. Diventa una pagina della storia degli italiani all’estero: uomini partiti dai loro paesi, famiglie divise tra più nazioni, identità sospese tra la terra d’origine e quella nella quale avevano cercato di costruire una nuova vita. È proprio qui che il percorso di Morelli trova il suo filo più profondo. Dall’Irlanda ai paesi italiani legati alle vittime, dai cimiteri alle testimonianze, fino alla presentazione del volume nel Parlamento italiano, la ricerca prova a riportare quelle persone dentro una storia nazionale dalla quale troppo a lungo sono rimaste ai margini. «La memoria non deve mai essere dimenticata», dice Morelli. «Ricordare queste persone significa onorare la nostra identità e trasmettere alle nuove generazioni il valore della storia e della libertà».





















































