DUBLINO – «Ho rischiato di morire». La voce di Vincenzo La Fata si spezza mentre ripercorre quello che definisce senza esitazioni «l’incubo più grande della mia vita». Siciliano di nascita, da circa tre anni residente in Irlanda, Vincenzo si trova improvvisamente a combattere contro una gravissima infezione alla valvola del cuore, una condizione che nel giro di pochi giorni lo porta letteralmente tra la vita e la morte. Il quadro clinico precipita rapidamente. I medici decidono di intervenire d’urgenza. Quello che inizialmente doveva essere un intervento di sei ore si trasforma però in una maratona chirurgica di ben undici ore sotto i ferri. Quando i chirurghi aprono il torace del paziente si trovano davanti uno scenario molto peggiore rispetto alle aspettative iniziali. «La situazione era gravissima» racconta oggi Vincenzo. Nel giro di appena venti giorni subisce cinque interventi chirurgici estremamente complessi. Rimane ricoverato in terapia intensiva. Per due settimane non apre gli occhi.

I familiari, rimasti in Italia, vivono giorni di angoscia totale, sospesi tra telefonate, aggiornamenti clinici e la paura concreta di ricevere la notizia peggiore. «Ero più di là che di qua» ammette. La sua testimonianza porta inevitabilmente l’attenzione sul sistema sanitario irlandese e sulla gestione di una emergenza medica di altissimo livello. Vincenzo non nasconde la gratitudine verso il personale medico che lo prende in cura sin dal primo momento. «I medici irlandesi mi hanno salvato per miracolo» ripete più volte. Il percorso sanitario che affronta appare imponente: operazioni cardiache delicate, monitoraggio continuo, terapia intensiva, riabilitazione e assistenza post-operatoria. Tutto viene seguito con una precisione che il paziente definisce quasi “familiare”. Dopo la fase più critica, infatti, il percorso continua in strutture specializzate pensate per accompagnare il recupero psicofisico dei pazienti in un ambiente protetto, tranquillo e riservato. Prima della malattia, Vincenzo conduce una vita normale e lavora nella ristorazione italiana a Dublino. Opera presso iMonelli Italian Restaurant, nella zona di Portobello, per poi spostarsi anche da Pizza Prince, nota pizzeria da asporto situata nella centralissima Temple Bar, cuore pulsante della capitale irlandese. Oggi, dopo settimane drammatiche trascorse tra sale operatorie, macchinari e terapia intensiva, Vincenzo è tornato in Sicilia. Una scelta non casuale, ma imposta dagli stessi medici che gli prescrivono un lungo periodo di riposo per permettere al fisico di recuperare dopo una prova estrema che avrebbe potuto avere conseguenze fatali. Resta una cicatrice profonda. Fisica e psicologica. Ma resta soprattutto la consapevolezza di essere sopravvissuto a qualcosa che, come lui stesso ripete guardando indietro, «poteva finire molto diversamente».

Irlandiani continua il suo viaggio tra le storie degli italiani in Irlanda. Un intenso botta e risposta con Vincenzo La Fata, tra paura, ospedali, interventi chirurgici e il drammatico racconto di chi guarda la morte negli occhi e riesce a sopravvivere.
Vincenzo, partiamo dall’inizio. Perché vieni ricoverato in ospedale?
«Tutto inizia verso la fine di novembre. Comincio ad avvertire una forte pesantezza alle gambe, dolori alla schiena e molta difficoltà anche nel fare le scale o camminare normalmente. All’inizio non capivo cosa fosse. Poi vado in ospedale per alcuni controlli e lì scoprono una grossa infezione vicino al cuore. La situazione aveva già compromesso la valvola cardiaca».
Quindi si tratta di una situazione molto grave.
«Sì, molto grave. I medici decidono subito di intervenire. Mi cambiano la valvola del cuore con una valvola metallica e durante l’operazione scoprono che l’infezione era molto più estesa del previsto».

Quanto dura l’intervento?
«L’operazione dura circa 11 ore. Inizialmente doveva durare sei o sette ore, ma quando mi aprono trovano una situazione molto più grave. Devono pulire tutta l’infezione attorno al cuore e fare anche dei bypass».
Hai rischiato di morire?
«Sì, assolutamente sì. È stata una grandissima infezione. Sono stato molto fortunato. Ringrazierò sempre i medici e tutto lo staff che mi ha salvato la vita».
Quanti interventi chirurgici affronti complessivamente?
«In totale circa cinque operazioni in appena venti giorni. Tre al cuore e due alle gambe, perché questa infezione provoca anche dei coaguli di sangue al ginocchio sinistro».
È da lì che i medici scoprono tutto?
«Esatto. Vengo inizialmente ricoverato al Beaumont Hospital nei primi giorni di dicembre 2025 proprio per il problema ai coaguli di sangue. Poi mi trasferiscono al Mater Misericordiae University Hospital dove subisco il delicatissimo intervento al cuore».
Come vivi quei momenti?
«Sono momenti pesantissimi. Apro gli occhi dopo circa due settimane in terapia intensiva. I miei genitori erano in Italia quando vengo operato. Mia mamma arriva qui appena possibile e la rivedo solo quando mi risveglio».
I tuoi genitori come vengono accolti dall’ospedale?
«Benissimo. Nonostante le difficoltà linguistiche, i medici e gli infermieri sono straordinari. Ci sono anche due o tre medici italiani che spiegano tutto ai miei genitori. Ci fanno sentire come una famiglia».

Che rapporto hai con il personale sanitario irlandese?
«Ottimo. Veramente ottimo. Tutti gentilissimi, professionali, umani. Mi sento a casa. Ancora oggi sono rimasto in contatto con molte persone dello staff».
Hai avuto esperienze ospedaliere anche in Italia. Che differenze noti rispetto all’Irlanda?
«Io ho avuto un’altra operazione anche in Sicilia. Posso dire che qui in Irlanda vedo moltissimi controlli, tantissimi test e un monitoraggio continuo sul paziente. Non voglio mettere l’Italia in secondo piano, però qui mi sento seguito costantemente e con grandissima attenzione».
Dopo il Mater vieni trasferito nuovamente.
«Sì. Dopo l’operazione passo nuovamente al Beaumont Hospital per la riabilitazione e le cure antibiotiche. Poi vengo trasferito qui al Beaumont Lodge per la fase finale della degenza».
Che tipo di struttura è il Beaumont Lodge?
«È una specie di residenza sanitaria dove continuo gli antibiotici e faccio gli ultimi controlli prima di tornare a casa. Ho la mia camera, la mia privacy, un ambiente tranquillo e rilassante. C’è persino un caminetto. È davvero il posto ideale per recuperare le forze».
Quindi l’ultima fase del ricovero avviene in una struttura quasi familiare.
«Sì, assolutamente. È un ambiente molto umano. Qui riesci davvero a recuperare mentalmente e fisicamente».
Parliamo dei costi. Quanto paghi per tutto questo percorso sanitario?
«Fino adesso non ho pagato nulla. Tutto viene coperto dal sistema pubblico e dall’assicurazione. Nonostante questo, il livello professionale dei medici è stato altissimo».
Che messaggio vuoi dare agli italiani che potrebbero avere paura di essere ricoverati in Irlanda?
«Possono stare tranquilli. Ci sono tanti professionisti seri, molto preparati e molto umani. Io l’ho vissuto in prima persona e posso dire che affrontano ogni caso con grande attenzione e professionalità».
Vuoi lasciare un messaggio alla comunità italiana in Irlanda?
«Auguro a tutti gli italiani e agli irlandesi tantissima felicità. Continuate così. Realtà come Irlandiani fanno qualcosa di molto bello per la comunità e questo può fare solamente piacere».














































