Ivano Addabbo parte da un punto fermo: la cucina italiana non è solo un insieme di ricette, ma un patrimonio culturale universale, oggi riconosciuto anche dall’UNESCO. Da Dublino, dove guida il ristorante iMonelli, il suo sguardo va oltre la cucina e diventa riflessione sulla identità, sulla memoria, sulla responsabilità di chi ogni giorno porta in tavola un pezzo d’Italia. «Questo riconoscimento – Spiega Ivano Addabbo – impone una presa di posizione chiara: difendere la tradizione autentica contro le improvvisazioni culinarie prive di storia. La Guida ai Ristoranti d’Italia in Irlanda e’ uno strumento di difesa e valorizzazione per noi ristoratori e dobbiamo valorizzarla». Non è solo una questione di gusto, ma di radici, di coerenza, di rispetto per un patrimonio costruito nei secoli. Perché la cucina italiana è fatta di territori, di prodotti a chilometro zero, di specificità regionali che rendono ogni piatto unico e irripetibile. Non esiste un’Italia gastronomica uniforme, ma una costellazione di identità locali, ognuna con la propria voce, la propria storia, la propria verità. In questo quadro, il riconoscimento dell’UNESCO assume il valore di un impegno collettivo: preservare e trasmettere un sapere che va oltre la tecnica, che vive nel legame profondo tra terra e cucina, tra tradizione e comunità. E all’estero, questa missione si fa ancora più intensa. A Dublino, come in tante altre città del mondo, chi rappresenta la vera cucina italiana diventa custode di un’eredità preziosa. Non è solo ristorazione: è difesa culturale, è orgoglio italiano, è la volontà di mantenere intatto, anche lontano da casa, ciò che ci definisce.

Ivano Addabbo, titolare del ristorante iMonelli a Dublino, parla senza filtri. La sua è una difesa netta, quasi militante, della cucina italiana. Un racconto che parte da un riconoscimento globale, quello dell’UNESCO, e arriva fino alla quotidianità di chi, all’estero, porta avanti una tradizione che non può essere improvvisata.
Qual è oggi il valore del riconoscimento della cucina italiana da parte dell’UNESCO?
«È un riconoscimento fondamentale: la cucina italiana è stata premiata come una delle migliori al mondo, ed entrare nell’UNESCO significa certificare che il nostro food italiano è patrimonio dell’umanità. Questo ci dà forza, ma anche una grande responsabilità».
Perché è così importante difendere questa identità?
«Perché oggi c’è troppa improvvisazione. Non possiamo più accettare che qualcuno si svegli la mattina, prenda due ingredienti che stanno per scadere e li metta insieme. Questa non è cucina italiana. Noi abbiamo tradizioni vere, abbiamo il chilometro zero, abbiamo una storia gastronomica che va rispettata».

Cosa distingue davvero la cucina italiana autentica?
«La specificità regionale. In Italia ogni regione ha la sua identità enogastronomica. Io, per esempio, sono di Torino: se vado a Cremona, voglio mangiare i ravioli di Cremona, la mostarda, bere il vino del territorio. Questo è il vero cibo italiano: mangi, bevi e vivi il territorio, tutto a chilometro zero».
Quanto è difficile mantenere questa autenticità all’estero?
«È una sfida quotidiana. Qui a Dublino cerchiamo di esportare quello che abbiamo vissuto in Italia. Non è solo cucina: è cultura, è memoria, è identità. Ogni piatto deve raccontare qualcosa di vero, non può essere una copia senza anima».
Che ruolo può avere una guida come Italian Restaurant Guide?
«È fondamentale. Avere una Restaurant Guide che ci difende è importantissimo, per noi ristoratori e per tutti. Serve a distinguere chi fa vera cucina italiana da chi usa solo il nome. È una tutela per il nostro lavoro e per la nostra credibilità».
Un messaggio finale?
«Dobbiamo difenderci, tutti insieme. Grazie a chi porta avanti questi progetti, grazie a Irlandiani, grazie a chi crede nella vera cucina italiana. Perché questa non è solo cucina: è la nostra identità nel mondo».












































