Da oltre vent’anni attraversa l’Europa con un’idea precisa: portare in Irlanda l’Italia vera. Quella dei prodotti, dei territori, delle regole non scritte ma inderogabili della cucina. Sandro Bagnasco è uno dei protagonisti silenziosi dell’enogastronomia italiana a Dublino, fornitore storico di alcuni dei migliori ristoranti della capitale. Ha visto cambiare il mercato, il pubblico, il modo di mangiare. Oggi racconta un’Irlanda che viaggia di più, assaggia di più, capisce di più. Ma che ha ancora bisogno di educazione. Perché il Made in Italy non si improvvisa: si spiega, si difende, si rispetta.
Da quanto tempo vieni in Irlanda?
≪Arrivo in Irlanda nel 2000. Era un’altra epoca, un altro mercato. Ho iniziato lavorando con ristoranti come il Botticelli e l’Unicorn, quando la cucina italiana era ancora vista come qualcosa di esotico ma poco compreso. Da allora non mi sono più fermato, se non durante il Covid, quando tutto il mondo si è bloccato. Appena la situazione si è normalizzata, ho ripreso: nuovi clienti, nuovi prodotti, un’offerta più ampia e più consapevole.≫
In più di vent’anni cosa è cambiato davvero?
≪È cambiato il modo di consumare. All’inizio contava soprattutto la quantità: piatti abbondanti, prezzi bassi, poca attenzione all’origine. Oggi invece cresce una clientela che cerca la qualità, l’autenticità, la storia del prodotto. Non è una maggioranza, ma è una fascia solida, fedele, che riconosce il valore. Ed è quella che fa la differenza.≫
Anche gli irlandesi stanno cambiando?
≪Sì, senza dubbio. Sempre più irlandesi viaggiano, vanno in Italia, mangiano bene, scoprono sapori veri. Tornano a casa con un palato più esigente. Capiscono che quello che hanno mangiato a Roma, a Napoli o in Emilia non è la stessa cosa che spesso trovano qui. E iniziano a fare domande, a cercare prodotti e ristoranti migliori.≫
Quanto ha inciso il boom dei viaggi low cost?
≪Ha inciso tantissimo. Ryanair ha cambiato le abitudini alimentari più di tante campagne promozionali. Quando assaggi una carbonara fatta come si deve, poi non accetti più quella con la panna. Eppure qui, ancora oggi, qualcuno la serve così. In Italia è un sacrilegio, ma fuori dall’Italia per anni è stato considerato normale.≫
Ti definiscono un uomo di nicchia. Ti riconosci?
≪Assolutamente sì. La nicchia è la mia dimensione naturale. Non ho mai voluto fare grandi numeri, perché quando insegui la quantità perdi inevitabilmente la qualità. E la qualità ha senso solo se arriva a persone che la capiscono. Se selezioni la clientela giusta, lavori meglio e costruisci qualcosa che dura.≫
Dublino cresce, i ristoranti aumentano. Quanti fanno vera cucina italiana?
≪Pochi. Direi sei o sette, non di più. Gli altri propongono una cucina “italiana” adattata al gusto locale. Il problema non è adattare: il problema è chiamarla italiana. Se cambi le regole, cambia anche il nome. Altrimenti si crea confusione e si danneggia l’immagine della nostra cucina.≫
Serve più educazione alimentare?
≪Moltissima. Il prodotto italiano va spiegato. Non basta metterlo nel piatto. Bisogna raccontare da dove viene, come si usa, perché è diverso. Gli eventi aiutano, ma devono essere fatti bene. Troppo grandi, troppo generici, rischiano di confondere invece di chiarire.≫
Che tipo di eventi funzionerebbero di più?
≪Eventi tematici, mirati. Uno sui formaggi, uno sui salumi, uno sulle paste, uno sui vini. Magari divisi per regioni. Così il pubblico impara davvero. Se metti tutto insieme, la gente esce senza sapere se quello che ha assaggiato viene dal Trentino o dalla Sicilia.≫
Anche il vino ha bisogno di educazione?
≪Soprattutto il vino. Qui spesso si beve come fosse acqua: un sorso e via. Per noi italiani è impensabile. Il vino è cultura, tempo, racconto. Va capito, non solo bevuto. Quando lo capisci, non torni più indietro.≫
Stasera si parlava del Radicchio di Treviso. Il messaggio è passato?
≪In parte sì. Il pubblico ha capito che è un prodotto unico, legato a un territorio preciso. Ma manca sempre il passaggio successivo: il “come si usa”. Come lo porto a casa? Come lo cucino?≫
Tu cosa avresti fatto?
≪Una cosa semplicissima: Bagna Cauda e Radicchio di Treviso. Due territori che si incontrano. Un piatto immediato, comprensibile, memorabile. A volte basta un assaggio giusto per spiegare più di mille parole.≫
Il problema è che poi non replicano.
≪Esatto. Assaggiano, apprezzano, ma non continuano. Ed è qui che serve continuità: più eventi, più educazione, più racconto. Solo così il prodotto italiano mette radici vere.≫
Il Made in Italy ha ancora spazio in Irlanda?
≪Ha uno spazio enorme. Ma solo se è autentico. Solo se è spiegato bene. E solo se smettiamo di chiamare “italiano” ciò che italiano non è.≫
































