Marco Monopoli racconta a Irlandiani un percorso iniziato quasi per caso e diventato una carriera internazionale nella nanomedicina. Tra meritocrazia, fondi di ricerca e collaborazione con l’industria, la fuga dei cervelli qui diventa crescita condivisa.
A volte una carriera nasce da un’intuizione. Altre, da una passeggiata estiva che cambia la rotta di una vita. Oggi Marco Monopoli è Senior Lecturer al Royal College of Surgeons in Ireland, una delle istituzioni accademiche più prestigiose d’Europa nel campo della medicina e delle scienze della salute. Ma vent’anni fa era uno studente italiano alla ricerca di un laboratorio per un progetto di sei mesi. Da quella scelta è nato un percorso che racconta molto del rapporto virtuoso tra Italia e Irlanda e del volto positivo della mobilità scientifica.
Marco, partiamo dall’inizio. Un italiano a Dublino: come ci sei arrivato?
«Era il 2003. Sono venuto a Dublino in vacanza con un amico, due settimane d’estate. Durante quel soggiorno, spinto dalla curiosità, ho deciso di visitare la University College Dublin. Lì ho scoperto il Conway Institute. Ero all’ultimo anno di università e cercavo un laboratorio che mi ospitasse per un progetto di ricerca di sei mesi. In modo del tutto casuale ho incontrato un docente che, su due piedi, mi ha offerto una posizione nel suo laboratorio. Da allora non sono più tornato in Italia.»
Quel progetto di sei mesi è diventato una carriera ventennale. Come si è sviluppato il tuo percorso?
«Dopo il progetto iniziale ho iniziato il dottorato di ricerca, poi il post-dottorato. A un certo punto ho trascorso un anno a Oxford, lavorando in un’azienda farmaceutica nel settore ricerca e sviluppo. È stata una scoperta importante: ho capito quanto anche l’industria investa seriamente in ricerca. Poi sono rientrato in Irlanda e da circa dieci anni sono Senior Lecturer alla RCSI.»
L’avanzamento di carriera in un sistema anglosassone è davvero così diverso da quello italiano?
«Io ho sempre lavorato in Irlanda, quindi conosco meglio questa realtà. Qui, se vali, se lavori bene e soprattutto se riesci ad attrarre fondi di ricerca, vieni riconosciuto. Portare finanziamenti è fondamentale: accelera la carriera e ti permette di costruire un gruppo. Dell’Italia conosco meno il sistema dall’interno, ma collaboro con gruppi italiani di altissimo livello. La qualità scientifica non manca affatto.»
All’inizio non deve essere stato semplice. Che difficoltà hai incontrato?
«Nel 2004 Dublino era molto diversa da oggi. C’erano pochissimi italiani nei laboratori e io non conoscevo nessuno. Parlavo bene inglese, questo mi ha aiutato, ma restavano le difficoltà di imparare nuove tecniche, superare insicurezze personali, adattarsi a un ambiente nuovo. Sono stato però fortunato: ho avuto capi molto validi, progetti interessanti e colleghi di altissimo livello.»
Cosa rappresenta per te la soddisfazione professionale più grande?
«Riuscire a ottenere fondi di ricerca. È un processo estremamente competitivo: devi individuare la call giusta, scrivere un progetto solido, convincere revisori internazionali. Quando ottieni un finanziamento significa che l’idea è valida e può avere un impatto sulla salute umana. Ma soprattutto significa poter assumere giovani ricercatori, dottorandi e post-doc, e far crescere un gruppo.»
La RCSI ha una storia importante. Quanto conta il contesto in cui lavori?
«Moltissimo. La RCSI è nata nel 1784 come università di medicina, nel cuore di Dublino, alle spalle di St Stephen’s Green. È cresciuta nel tempo mantenendo una forte identità scientifica. Oggi comprende facoltà di farmacia, fisioterapia, dentistry, advanced therapeutics. Io lavoro nel dipartimento di chimica applicata alla salute umana: facciamo ricerca con un forte orientamento clinico.»
Il rapporto con l’industria è davvero più semplice rispetto ad altri contesti?
«Per la mia esperienza sì. Ho fatto personalmente il passaggio dall’accademia all’industria grazie a borse che favoriscono lo scambio tra i due mondi. Sono stato molto proattivo: ho contattato aziende, scritto email, usato network e LinkedIn, incontrato persone alle conferenze. Una volta stabilita la sinergia, l’università mi ha supportato. La burocrazia è stata minima, c’è una struttura che facilita l’interazione e tutela anche eventuali brevetti.»
Oltre alla ricerca, sei impegnato anche a livello europeo. In che modo?
«Collaboro con la European Technological Platform for Nanomedicine, un’associazione non profit che coordina attività legate alla nanomedicina in Europa. Sono working group leader per education and training: organizzo eventi formativi per studenti e giovani ricercatori di tutta Europa.»
Che tipo di studenti trovi oggi alla RCSI?
«È un’università estremamente internazionale. Molti studenti arrivano da Canada, Cina, Emirati Arabi, Arabia Saudita. È una realtà molto attrattiva per chi cerca un’istruzione di alto livello in un Paese anglofono. Ci sono anche molti studenti irlandesi, soprattutto in medicina, fisioterapia e farmacia.»
La storia di Marco Monopoli dimostra che la fuga dei cervelli non è una resa, ma una scelta. L’Irlanda ha offerto spazio, fiducia e strumenti; l’Italia ha fornito la formazione e il talento. In mezzo, vent’anni di ricerca, insegnamento e collaborazione internazionale. È questo il volto migliore dell’Europa della conoscenza: un luogo dove la passione diventa professione e dove partire non significa perdersi, ma trovare la propria strada. Continuiamo così il viaggio di Irlandiani tra gli italiani che hanno scelto di costruire, in terra celtica, un futuro che parla anche italiano.
































