Dublino incassa, l’Europa osserva. Il gettito dell’imposta sulle società è sulla traiettoria per toccare quest’anno la cifra vertiginosa di 36 miliardi di euro, mentre i ricavi delle imprese continuano a salire. È un numero che impressiona, che ridisegna i conti pubblici e che colloca l’isola al centro dello scacchiere fiscale globale.
Il boom non rallenta: la nuova aliquota del 15 per cento per le grandi multinazionali accelera ulteriormente la corsa. Si passa dal 12,5% al 15%. Non c’è fuga, non c’è contraccolpo. C’è, al contrario, un aumento delle entrate.
Le previsioni parlano chiaro: la nuova aliquota aggiunge 5 miliardi di euro alle casse dello Stato, ben 2 miliardi in più rispetto alle stime del Dipartimento delle Finanze. Il totale per il 2026 si consolida a 36 miliardi. Ma l’orizzonte è ancora più ambizioso: entro la fine del decennio si potrebbe arrivare a 45 miliardi.
Eppure l’euforia non cancella le ombre. Governo ed economisti mettono in guardia da tempo contro la concentrazione estrema del gettito e la possibile natura temporanea di una parte di queste entrate. Una ricerca dell’Ifac fotografa una realtà che inquieta: solo tre aziende, Apple, Microsoft ed Eli Lilly , versano il 46% dell’intero gettito 2024. Una dipendenza che fa tremare i polsi. Basta una decisione presa a Cupertino, a Redmond o a Indianapolis per spostare equilibri miliardari.
C’è poi un fattore strutturale destinato a incidere nei prossimi anni: la scadenza delle agevolazioni fiscali su otto anni concesse per il rientro della proprietà intellettuale in Irlanda. Quando queste deduzioni si esauriscono, le casse pubbliche si gonfiano. L’effetto potrebbe essere comparabile ai 5 miliardi aggiuntivi generati dall’aliquota del 15%.
L’Irlanda vive così un paradosso moderno: entrate record e dipendenza estrema da poche multinazionali. Una ricchezza imponente, ma esposta ai venti della geopolitica, alle tensioni commerciali, alle scelte strategiche di tre consigli di amministrazione.




























