Alessandra Di Claudio è insegnante, formatrice multilingue, mediatrice culturale. Laurea magistrale in Lingue Moderne. Oltre trent’anni di esperienza tra Irlanda, Colombia ed Europa. Ha fondato Divertitaliano, progetto premiato con l’European Language Label. È stata Responsabile delle Relazioni Pubbliche del Com.It.Es Irlanda. Oggi lavora come Adult Educator presso il Dublin and Dún Laoghaire ETB. Il suo lavoro racconta un’Italia che dialoga con l’Irlanda. Attraverso la lingua.
Come si può davvero massimizzare l’apprendimento linguistico vivendo in Irlanda, oggi unico Paese anglofono dell’Unione Europea?
«L’importante è non chiudersi nella propria cerchia linguistica. Bisogna cercare attivamente occasioni di interazione con irlandesi e stranieri, partecipare a eventi, attività culturali o corsi dove si parla solo inglese. Non serve essere perfetti: conta non avere timore di sbagliare. La lingua si impara ascoltando, osservando e parlando. L’Irlanda offre un contesto multiculturale ricchissimo. È un crocevia di nazionalità. Da questa diversità nasce la possibilità di migliorare più rapidamente».
Per molti italiani la lingua è una barriera all’integrazione. Quanto è davvero importante conoscerla bene per vivere e lavorare qui?
«È fondamentale. La lingua non è solo comunicazione: è partecipazione. Permette di affrontare momenti cruciali come una visita medica, un colloquio di lavoro, una riunione con gli insegnanti dei figli. Senza padronanza linguistica ci si sente esclusi. Capire e farsi capire apre porte concrete, professionali, sociali e umane. Non si tratta solo di grammatica, ma di comprendere i codici culturali che stanno dietro alle parole».
Meglio vivere a Dublino o in un piccolo paese per migliorare l’inglese?
«Dipende molto dall’indole personale. Nelle grandi città come Dublino c’è una ricchezza culturale straordinaria: si incontrano persone da tutto il mondo. Nei paesi più piccoli, invece, il contatto con la comunità locale è più diretto e ci si integra più facilmente nella vita quotidiana. In certi casi si è quasi “costretti” a parlare inglese. Serve adattabilità. E curiosità sincera».
Hai vissuto l’Irlanda dagli anni ’90 a oggi. Com’è cambiata?
«È cambiata in modo radicale. Negli anni ’90 era un Paese ancora periferico, con un’economia fragile e una società fortemente legata alle tradizioni. Poi arriva l’apertura internazionale. Capitali, imprese, persone. Politiche fiscali attraggono multinazionali e trasformano Dublino in un hub globale. Il progresso ha avuto un prezzo: cresce un certo individualismo. L’Irlanda di oggi è dinamica e cosmopolita, ma ha perso un po’ di quella semplicità comunitaria».
Ci sono differenze tra l’irlandese delle città e quello delle campagne?
«Sì, e sono notevoli. Nei villaggi rurali le persone sono spesso più rilassate, accoglienti e disponibili al dialogo. Nelle città il ritmo è più frastagliato e le relazioni più formali. Non è una regola assoluta, ma è una tendenza che emerge spesso».
Parliamo del tuo lavoro con l’ETB. Di cosa ti occupi esattamente?
«Collaboro con l’Education and Training Board, ente pubblico che gestisce corsi finanziati dall’Unione Europea. Mi occupo in particolare dei programmi ESOL e di alfabetizzazione. Offriamo supporto linguistico e amministrativo agli studenti adulti. L’obiettivo è l’integrazione: aiutare chi arriva in Irlanda a inserirsi, comprendere il contesto sociale e sviluppare competenze utili per la vita quotidiana e il lavoro».
Il Playgroup Italiano è uno dei tuoi progetti più noti. Com’è nato?
«Nasce nel 2006 come iniziativa spontanea tra genitori italiani che desiderano mantenere viva la lingua madre nei figli cresciuti in Irlanda. Diventa un progetto strutturato, con attività educative e ludiche per bambini e famiglie. Arriva il riconoscimento con l’European Language Label. È una grande soddisfazione. Dimostra che si può promuovere la cultura italiana anche fuori dai confini nazionali, in modo giocoso e inclusivo».
Guardando indietro, cosa ti ha insegnato questo lungo percorso?
«Mi ha insegnato che la lingua è un organismo vivo. Cambia con noi. E che l’insegnamento non è mai a senso unico: si impara tanto dagli studenti quanto loro da te. Lavorare in Irlanda mi ha mostrato quanto l’educazione linguistica sia uno strumento potente di integrazione, rispetto e libertà personale».






























