In una Thomas Prior Hall gremita, cuore della decima edizione della Settimana della Cucina Italiana nel Mondo, l’Italia si presenta senza maschere e senza concessioni al folklore da cartolina. Niente slogan, niente scorciatoie narrative. Solo territorio, prodotti certificati, erbe selvatiche, studio, conoscenza. Il pubblico è numeroso, in larga parte irlandese. Un segnale chiaro: il Made in Italy continua ad affascinare, ma solo quando viene raccontato per ciò che è davvero identità culturale, prima ancora che esperienza gastronomica.
A margine dell’incontro, parlo con Nicola Faganello, Ambasciatore d’Italia in Irlanda. Domande asciutte. Risposte nette. Nessuna retorica.
Ambasciatore, come va la serata?
«Direi molto bene. È una serata vivace, con molto pubblico, in una location particolarmente caratteristica come questa sala del Clayton Hotel. Il pubblico apprezza sia la parte informativa ed educative, il panel degli esperti, sia la parte conviviale, con la possibilità di assaggiare i piatti preparati con i prodotti di cui si è parlato».
La cucina italiana è spesso definita la punta di diamante dell’Italia. In Irlanda funziona?
«Da quello che vedo in questo primo anno qui, la cucina italiana è molto conosciuta e apprezzata. È stata sicuramente ben accolta».
Ma la popolarità basta?
«No. Quello che si può e si deve fare di più è promuovere gli aspetti meno conosciuti della nostra cucina. E soprattutto promuovere la cultura della cucina, che non è soltanto cibo: è cultura, è società, è tradizione».
Il nodo resta l’autenticità?
«Sì. C’è ancora spazio per educare il pubblico irlandese, come in altri Paesi. Ma aggiungo una cosa che spesso si dimentica: c’è spazio per educare anche in Italia. Sui motivi storici e culturali, sulle origini dei prodotti, sulla loro autenticità reale».
La dimensione regionale conta più di tutto?
«È il cuore della questione. La particolarità dell’Italia è questa diversità, legata a tradizioni e culture differenti. È una ricchezza enorme, ma non è facile da comprendere, nemmeno per gli italiani. Per gli stranieri lo è ancora di più».
Dove bisogna investire, allora?
«Qui. È un ambito strategico. Perché il cibo, se raccontato correttamente, diventa uno strumento potentissimo di diplomazia culturale, capace di creare legami profondi e duraturi».
Nessuna narrazione addomesticata. Nessuna retorica istituzionale. Solo un dato di fatto: quando il Made in Italy smette di essere marketing e torna a essere conoscenza, responsabilità e identità, allora funziona. In Irlanda. E ovunque.
































