DUBLINO – Non è stato un semplice concerto, ma un piccolo manifesto culturale. Sabato 25 aprile, nel basement del Racket Space a Glasnevin, si è consumato un esperimento che dice molto più di quanto sembri sulla musica di oggi: tre band, Jogging, Knifebear e Garage Olimpo, sullo stesso palco, senza gerarchie, senza ruoli prestabiliti, unite soltanto da una visione condivisa. A organizzare l’evento, il club indipendente Nowhere Music insieme allo spazio ospitante: una scelta che affonda le radici nella cultura DIY (Do It Yourself), dove l’arte si costruisce dal basso, lontano dai circuiti tradizionali e dalle logiche industriali.
È stata, prima ancora che una serata musicale, una prova di comunità. Sebastiano Toscano, tra i promotori, racconta la soddisfazione per un risultato tutt’altro che scontato: un pubblico eterogeneo, adulti e bambini insieme, presenza rara e preziosa, capace di restituire autenticità all’intera giornata. In controluce, restano le difficoltà, burocratiche e culturali, che un italiano può incontrare nel muoversi nel panorama musicale irlandese. Ma è proprio lì che emerge il dato più interessante: la musica come linguaggio universale, capace di creare una rete che supera confini e ostacoli.

Determinante, anche, la risposta della città. La partecipazione massiccia del pubblico locale, attratto in particolare dalla storica formazione noise rock dei Jogging, ha confermato che esiste uno spazio vivo, curioso, pronto ad accogliere proposte fuori dagli schemi.
E forse è proprio questo il punto. In un tempo in cui tutto sembra già definito, eventi come questo indicano una direzione diversa: meno struttura, più relazione; meno gerarchie, più comunità. Toscano guarda avanti, con prudenza ma anche con fiducia: l’idea è quella di costruire nuovi appuntamenti, facendo leva su una comunità artistica internazionale che, almeno per una sera, a Dublino, ha dimostrato di essere già realtà.

Sebastiano Toscano, tra gli organizzatori, racconta così , in un botta e risposta diretto, senza filtri, il senso profondo di una giornata che ha superato le aspettative.
Sei contento del risultato di oggi?
«Sono contentissimo, come un bambino.»
Com’è andata?
«È andata bene. Ma quello di cui sono davvero felice è il bilanciamento tra adulti e bambini: circa 40 bambini e 60 adulti. Questo per me fa la differenza. Se ci fossero stati solo adulti, non sarebbe stato lo stesso evento. Così invece è stato qualcosa di autentico.»
Tutto secondo i piani?
«Sì, tutto liscio, più o meno secondo copione. Poi, come in ogni cosa, ci sono sempre piccoli intoppi. Ma fa parte del gioco.»
Quando il prossimo appuntamento?
«Forse a luglio. È il primo evento che organizziamo, quindi dobbiamo confrontarci con il management del locale, capire le date. Ma l’idea è quella di dare continuità.»
Organizzare musica in Irlanda, da italiano, è complicato?
«È quasi impossibile. Dopo dodici anni sono ancora italiano, e non sempre mi sento a mio agio. Però forse è proprio questa difficoltà che ti spinge a fare di più.»
E la musica, in questo contesto, cosa rappresenta?
«La musica è una famiglia globale. Io vengo da una scena che è ovunque. Ogni volta che cambio città o Stato, cerco sempre quella rete. Esiste un network tra musicisti, una comunità piccola ma diffusa, soprattutto in Europa. Alla fine ci conosciamo tutti.»Al concerto c’erano più italiani o irlandesi?
«Decisamente più irlandesi. Anche perché suonavano i Jogging, che sono uno storico gruppo della scena Noise Rock irlandese. Ed è giusto così.»












































