Alessia Conte, studentessa di Ingegneria Biomedica del Politecnico di Milano, racconta a Irlandiani la sua esperienza di ricerca in Irlanda: nanotecnologie, ambiente internazionale e un’idea chiara di futuro. All’estero per crescere, con l’Italia nel cuore.
C’è un’Italia che studia, che parte, che si misura con il mondo senza perdere il senso di casa. È un’Italia giovane, preparata, curiosa. La incontri a Dublino, nei laboratori universitari, nei corridoi della ricerca scientifica europea. È qui che incontriamo Alessia Conte, studentessa di Ingegneria Biomedica del Politecnico di Milano, impegnata in un progetto di ricerca avanzata sulle nanotecnologie applicate alla medicina. La sua storia è una di quelle che raccontano bene il rapporto virtuoso tra Italia e Irlanda. Ed è anche una tappa del viaggio di Irlandiani nella cultura italiana in Irlanda.
Dublino non è soltanto una capitale europea in forte espansione. Per molti giovani ricercatori italiani è diventata un laboratorio a cielo aperto, un luogo dove sperimentare, misurarsi, crescere. È qui che Alessia Conte, studentessa milanese di Ingegneria Biomedica al Politecnico di Milano, ha scelto di svolgere la sua tesi sperimentale, entrando in contatto con uno dei temi più promettenti della ricerca applicata: le nanotecnologie in ambito clinico. Un’esperienza che racconta molto non solo di una scelta individuale, ma del rapporto sempre più stretto e virtuoso tra Italia e Irlanda nel campo della formazione scientifica.
Alessia Conte, partiamo dall’inizio. Chi è oggi Alessia e dove si trova nel suo percorso di studi?
«Sono una studentessa di Ingegneria Biomedica, vengo da Milano e sono ormai alla fine del mio percorso magistrale al Politecnico di Milano. Ho scelto di svolgere una tesi sperimentale all’estero, qui a Dublino, per confrontarmi con un contesto nuovo e altamente internazionale.»
Di cosa si occupa, in concreto, la sua ricerca?
«Il mio studio è focalizzato sull’interazione tra nanoparticelle e proteine in ambienti biologici, come il sangue o il plasma. Si tratta di un ambito molto rilevante per le applicazioni cliniche future, perché queste interazioni influenzano direttamente l’efficacia e la sicurezza delle nanotecnologie in medicina.»
Perché proprio Dublino?
«La scelta è nata grazie ai contatti accademici della mia relatrice in Italia con il laboratorio che mi ospita qui. Ma c’era anche una motivazione personale: migliorare il mio inglese e lavorare in un ambiente internazionale e multidisciplinare. Dublino offriva tutte queste opportunità insieme.»
Che tipo di ambiente ha trovato dal punto di vista umano e professionale?
«Molto positivo. Gli irlandesi sono persone estremamente aperte e accoglienti, soprattutto nei confronti degli stranieri. In laboratorio si respira un clima collaborativo e inclusivo, che rende più semplice imparare e mettersi in gioco.»
Milano è già una città internazionale. Che differenza ha percepito rispetto all’Italia?
«Milano è senza dubbio una metropoli europea. Tuttavia, per me questa è la prima vera esperienza di laboratorio all’estero, quindi il confronto è soprattutto professionale. Qui ho trovato un approccio molto orizzontale, dove il dialogo tra discipline e persone è continuo.»
E guardando al futuro? L’estero è una scelta definitiva o temporanea?
«Nel futuro prossimo mi piacerebbe continuare a sperimentare, magari in altri Paesi, per ampliare ulteriormente le mie competenze. Ma il mio orizzonte a lungo termine è chiaro: casa mia è Milano, casa mia è l’Italia. Un giorno tornerò.»
































