DUBLINO – Dopo i saluti istituzionali di Michela Linda Magrì, Direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura di Dublino, e Nicola Faganello Ambasciatore d’Italia in Irlanda, la serata entra nel suo momento più intenso. Al centro c’è una storia familiare che coincide con una delle ferite più profonde del Novecento. La testimonianza di Caryna Camerino diventa il cuore dell’incontro perché affonda le radici nella Shoah: il nonno sopravvisse, il bisnonno e la bisnonna furono deportati e morirono ad Auschwitz.
Nata a Montréal, in Canada, dove i genitori si erano conosciuti, Caryna è cresciuta dentro una memoria vissuta, quotidiana, fatta di racconti, silenzi e numeri tatuati sulla pelle. Si è trasferita in Irlanda nel 2002, negli anni del Celtic Tiger, la stagione di espansione economica che ha cambiato il volto del Paese. Qui ha scelto di trasformare il ricordo in impegno civile, portando la storia nelle scuole e nelle istituzioni, perché il passato non resti un esercizio retorico, ma una responsabilità presente.

All’incontro hanno partecipato rappresentanti delle istituzioni, del mondo accademico e della società civile: Eoghan Savelli O’Brien, della Segreteria dell’Ambasciata d’Italia, Sabrina Casalta, CEO di Vodafone Ireland, Maurizio Pittau, Direttore di Radio Dublino, Franziska Faganello-Feldhoff moglie dell’Ambasciatore italiano, Councillor Alison Field, del Dublin City Council, John Lahart, Teachta Dála, Michela Linda Magrì, Direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura di Dublino, Edoardo Berionni Console, Corinna Salvadori, del Trinity College Dublin, e Kim Sihong, insieme a una qualificata rappresentanza del Corpo Diplomatico.
Tutto riemerge nel 2013. Caryna Camerino, la nipote che vive in Irlanda, scorre distrattamente la bacheca di un social network e si ferma di colpo. Davanti a lei c’è una foto impossibile: suo nonno stringe la mano a Papa Francesco. Impossibile, pensa. Enzo è in una casa di cura in Canada, è sottoposto a dialisi tre volte a settimana, è un uomo fragile, ferito, che spesso alza la voce per non farsi sopraffare dai ricordi.
E invece è proprio lui.
Enzo è volato a Roma per l’anniversario della deportazione del 16 ottobre 1943. È uno degli ultimi due sopravvissuti di quel giorno maledetto, quando i nazisti rastrellarono 1.023 ebrei romani. Ne tornarono soltanto sedici.
Lui era il più giovane. Sul braccio portava il numero 158509, inciso tra quello del padre Italo e del fratello Luciano. Ad Auschwitz aveva visto svanire la madre Julia e la sorella Wanda. Aveva fatto il barbiere per i prigionieri, aveva scavato nelle miniere di carbone. Poi, nel caos della liberazione, la scelta che separa la vita dalla morte. «Se restiamo moriamo di sicuro, se corriamo abbiamo una speranza», gli disse il fratello. Corsero.
«Il ritorno a Roma di mio nonno avvenne su un camion di caffè. A salvarlo fu un cognome: Camarino. I suoi parenti erano torrefattori conosciuti, e l’autista, riconoscendo quel nome, decise di farlo salire. È incredibile pensare che, dopo Auschwitz, la vita possa dipendere ancora da una parola pronunciata al momento giusto. Ma l’Italia del dopoguerra non era un luogo ospitale per chi aveva guardato l’abisso. Così Enzo emigrò in Canada. Si costruì una vita, sì, ma non guarì mai.»
A raccontarlo è Caryna Camerino, con una voce che non indulge nella retorica, ma pesa ogni ricordo come si pesa la farina prima di impastare.
«A Montreal non dormiva nel letto. Quel letto lo usava per asciugare le sfoglie di pasta per le lasagne. Lui dormiva seduto su una sedia, sempre in allerta, sempre pronto a fuggire di nuovo. Era come se il corpo non avesse mai ricevuto il messaggio che la guerra era finita.»

Poi il testimone passa di mano, senza cerimonie, come accade nelle storie vere.
«Quel dolore è arrivato a me. Quando ho aperto il mio forno a Dublino, non ho avuto dubbi sul nome: Camarino Bakery. Mio nonno mi mandò i soldi per il primo sacco di chicchi di caffè. Era il suo modo di esserci, di continuare.»
Il ricordo si fa improvvisamente luminoso.
«Il 1° dicembre 2014, al telefono, mi disse una parola che non avevo mai sentito pronunciare da lui: felice. Era orgoglioso che quel nome, che i nazisti avevano cercato di cancellare, fosse ora scritto su un’insegna in Irlanda.»
Il giorno dopo, nel giorno del suo ottantaseiesimo compleanno, Enzo Camarino se ne andò.
«A noi ha lasciato un compito semplice e immenso: pronunciare i nomi di chi non c’è più. Wanda. Renato. Julia. Italo. Perché ogni volta che qualcuno si oppone all’intolleranza, rende il mondo meno accogliente per l’odio. E perché la memoria non è un esercizio del passato: è il lievito del nostro futuro.»































