Botta e risposta con Luigi Billè, consigliere del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero con competenza anche sulla circoscrizione Irlanda. Il CGIE è l’organismo di rappresentanza delle comunità italiane nel mondo che dipende dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, con funzioni consultive nei confronti del Governo e del Parlamento, e ha il compito di fare da ponte tra gli italiani all’estero e le istituzioni centrali dello Stato.
Residente a Londra dal 1996 e impegnato nella politica per gli italiani all’estero dal 2001, Billè si muove nel solco di una cultura liberale e democratica, ispirata al percorso avviato da Mirko Tremaglia, ma con uno sguardo lucido e dichiaratamente aperto al cambiamento. Nel suo impegno istituzionale, l’Irlanda non è una periferia amministrativa: è una priorità politica, un osservatorio avanzato di una nuova mobilità italiana, più giovane, qualificata e stabilmente radicata.
Consigliere Billè, lei vive a Londra dal 1996 e segue da oltre vent’anni le politiche per gli italiani all’estero. Che fotografia darebbe oggi della comunità italiana in Irlanda?
«La comunità italiana in Irlanda è oggi una realtà giovane, dinamica e in continua trasformazione. Negli ultimi quindici anni conosce una crescita significativa, trainata da professionisti altamente qualificati, studenti, ricercatori e lavoratori del settore tecnologico. Non è più una comunità “di passaggio”, ma una comunità che si integra e si radica con rapidità, contribuendo in modo rilevante all’economia irlandese. È una comunità che chiede, giustamente, una rappresentanza all’altezza della sua maturità, pur vivendo sfide specifiche come la mobilità frequente, la precarietà abitativa e la complessità amministrativa.»
In qualità di consigliere del CGIE, quali strumenti concreti ha a disposizione per incidere sulle politiche che riguardano gli italiani residenti in Irlanda?
«Il CGIE dispone di strumenti consultivi e propositivi che, se utilizzati con metodo, possono incidere in modo significativo. Pareri formali al Governo e al Parlamento, relazioni tematiche, audizioni, tavoli tecnici. Il CGIE ha una capacità spesso sottovalutata: orientare l’agenda politica nazionale. Ma questo potere funziona solo se è alimentato da un dialogo costante con il territorio e da una collaborazione stretta con i COMITES.»
Lei sostiene che l’azione politica non debba essere rigida ma capace di evolversi con la società. Come si traduce questo principio nel contesto irlandese?
«In Irlanda l’evoluzione è rapidissima. Il mercato del lavoro cambia, la mobilità aumenta, i bisogni delle famiglie si diversificano. Una politica rigida sarebbe inefficace. Essere flessibili significa aggiornare le priorità, evitare schemi del passato, costruire risposte su misura: riconoscimento delle qualifiche, servizi consolari digitali, supporto alle famiglie, tutela dei lavoratori mobili. La politica deve essere un organismo vivo, non un archivio.»
Molti italiani in Irlanda percepiscono una distanza tra istituzioni e vita quotidiana. In che modo il CGIE può contribuire a colmare questo divario?
«La distanza si colma con presenza e responsabilità. Presenza significa ascoltare, raccogliere dati, incontrare la comunità. Responsabilità significa trasformare ciò che ascoltiamo in proposte concrete. Il CGIE può rafforzare il dialogo con COMITES e associazioni e portare a Roma una narrazione aderente alla realtà. La vita reale degli italiani all’estero deve diventare politica pubblica.»
Le conquiste storiche legate al percorso avviato da Mirko Tremaglia hanno segnato un’epoca. Oggi, quali nuove conquiste ritiene necessarie?
«Servono nuovi passi avanti: potenziamento dei servizi consolari digitali, maggiore tutela dei lavoratori transnazionali, riconoscimento più rapido dei titoli di studio, sostegno alle famiglie e una rappresentanza più aderente alla geografia reale delle comunità italiane. Non possiamo vivere di rendita: la rappresentanza deve evolvere.»
Che tipo di relazione dovrebbe esistere tra CGIE e COMITES affinché le istanze della comunità italiana in Irlanda arrivino con maggiore forza a Roma?
«Una relazione paritaria, trasparente e continuativa. Il COMITES è il sensore territoriale, il CGIE è il ponte verso Roma. Quando questo circuito funziona, la voce della comunità arriva forte e chiara. Quando si inceppa, la comunità resta invisibile.»
Quali consigli concreti si sente di dare oggi al COMITES Irlanda per rafforzare il proprio ruolo?
«Tre linee d’azione: ascolto sistematico della comunità, progettualità misurabile con obiettivi chiari e comunicazione trasparente. Un COMITES forte non è quello che fa tutto, ma quello che fa bene ciò che serve davvero.»
In quali ambiti il COMITES Irlanda potrebbe incidere di più sulla vita quotidiana degli italiani?
«Orientamento per chi arriva, supporto alle famiglie e ai giovani, informazione su diritti e servizi, collaborazione con università e imprese, promozione culturale come strumento di coesione. Piccoli interventi mirati possono avere un impatto concreto.»
Guardando al futuro, quali cambiamenti organizzativi ritiene necessari per migliorare efficacia e visibilità?
«Una struttura più agile, una presenza digitale costante e una programmazione condivisa. La visibilità nasce dalla credibilità e si conquista con i risultati.»
Il suo rapporto con Irlandiani si fonda su una conoscenza reciproca. Che valore attribuisce a piattaforme nate dal basso ma con visione strutturata?
«Sono preziose perché rappresentano la comunità nella sua forma più autentica. Quando si dotano di una visione strutturata diventano alleati fondamentali della rappresentanza istituzionale.»
Che ruolo possono avere realtà come Irlandiani nel dialogo tra cittadini e istituzioni?
«Un ruolo di ponte strategico e di fiducia: raccolgono bisogni, diffondono informazioni, creano comunità, facilitano il confronto. In un Paese con una comunità dispersa, è un ruolo decisivo.»
Se potesse portare una proposta concreta sull’Irlanda all’interno del CGIE, quale riterrebbe oggi la più urgente?
«L’istituzione di un tavolo permanente sull’Irlanda dedicato a servizi consolari, mobilità professionale e riconoscimento dei titoli. Un luogo stabile di analisi e proposta.»
Come immagina una collaborazione efficace tra CGIE, COMITES, associazioni e media comunitari?
«Attraverso la co-progettazione. Non eventi isolati, ma iniziative costruite insieme, con ruoli chiari e obiettivi comuni. Solo così si rafforza il senso di appartenenza.»
Infine, che consigli si sente di dare a Irlandiani per continuare a migliorare il proprio ruolo?
«Mantenere indipendenza, qualità dell’informazione e capacità di ascolto. E investire in progetti che uniscano orientamento, cultura e networking. Può diventare un modello europeo.»
Alla luce della Brexit, ritiene che sia arrivato il momento per l’Irlanda di avere una rappresentanza diretta nel CGIE?
«Le trasformazioni post-Brexit cambiano profondamente l’equilibrio della circoscrizione. L’Irlanda non può più essere considerata un’appendice del Regno Unito. È legittimo e opportuno aprire una riflessione sulla rappresentanza diretta: è una questione di equità e di realismo politico.»
































