C’è un’Italia che non alza la voce, che non cerca riflettori, ma che ogni giorno contribuisce a costruire il futuro nei luoghi in cui la conoscenza prende forma. È l’Italia della ricerca scientifica, della formazione rigorosa, della competenza riconosciuta a livello internazionale. Una presenza discreta ma decisiva, che oggi emerge con chiarezza nel cuore di Dublino, all’interno della RCSI University of Medicine and Health Sciences, una delle istituzioni accademiche più antiche e prestigiose d’Europa.
In un laboratorio di chimica vicino a St Stephen’s Green, il contributo italiano non è simbolico né marginale: è guida scientifica, ricerca quotidiana, trasmissione del sapere alle nuove generazioni. A dirigere il Bio Nano Lab è Marco Monopoli, Senior Lecturer al RCSI, che da oltre dieci anni coordina un gruppo di ricerca internazionale impegnato nello studio delle nanotecnologie applicate alla medicina. Accanto a lui lavorano giovani ricercatrici italiane come Lara Marcenta, dottoranda dell’Università di Padova, e Alessia Conte, studentessa di Ingegneria Biomedica all’Università di Milano: percorsi diversi, un’unica traiettoria, quella che porta il sapere italiano dentro uno dei centri nevralgici della ricerca europea. Il laboratorio è ospitato in un dipartimento fondato nel 1828, quando la chimica moderna muoveva i primi passi e Dublino era già un crocevia culturale internazionale. Le sue mura raccontano quasi due secoli di storia, ma oggi custodiscono strumentazioni di altissima precisione e ricerche proiettate verso il futuro, in un dialogo continuo tra tradizione accademica e innovazione scientifica. Nel Bio Nano Lab non esistono scorciatoie: si studia la materia su scala infinitesimale con metodo, pazienza e rigore assoluto. Le nanoparticelle vengono sintetizzate, misurate, osservate mentre interagiscono con fluidi biologici, in condizioni che riproducono il più fedelmente possibile quelle del corpo umano. Una centrifuga analitica consente di analizzarne il comportamento in soluzione, mentre test specifici misurano le proteine che si legano alla loro superficie.

È un lavoro che richiede precisione estrema, ma anche capacità interpretativa, perché si tratta di comprendere fenomeni che avvengono oltre i limiti dell’occhio umano. Le nanotecnologie operano su una scala invisibile, ma i loro effetti sono profondamente concreti: una nanoparticella può essere progettata nei minimi dettagli, dalla dimensione alla superficie, fino al comportamento biologico, per riconoscere bersagli specifici, come una chiave costruita per una sola serratura. Comprendere come queste particelle cambiano una volta immerse nei fluidi biologici è il passaggio cruciale che separa la teoria dall’applicazione reale, il laboratorio dalla clinica. È qui che la chimica incontra la medicina, lungo una linea sottile fatta di dati, misurazioni e verifiche continue. Studiare la stabilità delle nanoparticelle, il loro rapporto con le proteine e la capacità di mantenere funzionalità nel tempo significa preparare il terreno per nuove applicazioni mediche: diagnostica più precisa, terapie più mirate, riduzione degli effetti collaterali. Non promesse, ma possibilità fondate su evidenze scientifiche.

Il laboratorio è anche un centro di formazione internazionale, impegnato in progetti europei, inserito in reti scientifiche globali, capace di attrarre dottorandi da tutto il mondo. I finanziamenti arrivano attraverso processi competitivi e meritocratici, in un sistema che premia qualità della ricerca, capacità di collaborazione e solidità dei risultati. In un’epoca che pretende risposte rapide, la scienza continua a lavorare con lentezza e rigore, costruendo il futuro senza proclami, attraverso esperimenti ripetuti, errori corretti, ipotesi verificate. E in questo processo silenzioso ma fondamentale, la presenza italiana al RCSI dimostra che il sapere non conosce confini, ma affonda le sue radici in una tradizione profonda di studio, metodo e responsabilità.





























