DUBLINO – Leonardo Biagini incarna la figura dell’artista contemporaneo capace di attraversare linguaggi, discipline e confini culturali. Italiano di origine, irlandese d’adozione, porta nella capitale d’Irlanda un percorso fuori dagli schemi: dopo vent’anni nella kickboxing ad alto livello, lascia il ring e si dedica alla scrittura, alla filosofia e alla produzione musicale, affermandosi come DJ e podcaster in un circuito internazionale.
Nel suo racconto prende forma un confronto netto tra due sistemi: da un lato l’Italia, spesso appesantita da vincoli burocratici; dall’altro l’Irlanda, dove, spiega, il talento trova spazio e riconoscimento. È qui che Biagini sviluppa pienamente la propria espressione artistica, muovendosi con libertà tra radio, vinili e progetti culturali. La sua attività si configura come un vero ponte tra Italia e Irlanda: promuove il Made in Italy attraverso sonorità Italo disco e Afro, traduce le proprie opere per il pubblico anglofono e costruisce connessioni tra le due scene artistiche. Un dialogo che si estende anche al piano della ricerca, con progetti documentaristici dedicati al confronto tra la musica elettronica italiana di fine anni ’80 e quella irlandese. Ne emerge il ritratto di un autore che non rinnega le proprie radici, ma le trasforma in uno strumento di apertura: un percorso personale che diventa racconto collettivo, capace di unire tradizioni, linguaggi e visioni in una dimensione internazionale.

Chi sei e come ti definisci oggi?
“Mi chiamo Leonardo Biagini, sono produttore musicale, DJ e scrittore. In passato sono stato anche atleta professionista di kickboxing per 20 anni, di cui 6 nella nazionale italiana. Ho smesso di combattere due anni fa e oggi mi definisco principalmente uno scrittore. Subito dopo viene la mia passione per la musica: sono collezionista di vinili, DJ e produttore.”
Qual è stato il tuo percorso nel mondo della musica e dei media?
“Lavoro anche come speaker e podcaster per Dublin Digital Radio e Fever Radio. Inoltre collaboro con Radio Pistoia, che abbiamo fondato con il mio amico Federico Fagioli. Ho avuto esperienze anche con altre radio in Europa, tra Regno Unito, Scozia, Germania e Grecia.”
Da dove nasce la tua passione per i vinili?
“Colleziono vinili da quando avevo circa 16 anni. Ho ereditato la collezione di musica classica di mio nonno, che era un esperto e saggista, e quella di mio padre, appassionato di musica dance e pop anni ’70 e ’80. Sono proprio questi i dischi che spesso suono ancora oggi.”
Com’è vivere in Irlanda da artista italiano? Ti senti a tuo agio?
“Assolutamente sì. Dico sempre che in 7 anni qui ho fatto più di quanto abbia fatto in 20 anni in Italia. Lì ho comunque fatto esperienze importanti, tra presentazioni di libri ed eventi culturali legati alla filosofia, ma qui le opportunità sono molto più concrete.”
Secondo te ci sono meno ostacoli per esprimere la propria arte?
“Sì, decisamente. C’è meno burocrazia e più meritocrazia. Si dà spazio al talento e agli interessi della persona, senza concentrarsi troppo sulla provenienza o su logiche puramente economiche. Si valorizza di più l’artista rispetto al contesto.”
Ci sono artisti o gruppi irlandesi che ami particolarmente?
“Sono molto legato alla musica tradizionale irlandese, quindi ascolto spesso The Dubliners, Luke Kelly e altri artisti collegati a quel mondo. Mi piacciono anche i The Pogues. Tra i miei preferiti c’è Damien Dempsey, che andrò a vedere live quest’estate all’Iveagh Gardens. Inoltre consiglio molto i Lazarus Soul, una band di Finglas molto interessante e profonda.”

Ti piace promuovere il Made in Italy nella musica?
“Sì, molto. Le etichette con cui collaboro sono principalmente italiane. La musica che porto è spesso legata all’Italo disco o all’Afro degli anni ’80 e ’90. Sto anche lavorando a un documentario con mia moglie per Dublin Digital Radio, che mette in relazione la scena progressive techno italiana di fine anni ’80 con quella irlandese.”
Anche i tuoi libri seguono questo ponte tra Italia e Irlanda?
“Sì. I miei libri sono stati tradotti dall’italiano all’inglese. L’ultimo, The Milky Way of the Heart, è stato pubblicato da Papirus Edizioni e presentato alla National Library of Ireland lo scorso anno. Cerco sempre di creare un collegamento tra le due culture.”
Ti senti quindi un ponte tra Italia e Irlanda?
“Sì, nel mio piccolo cerco di esserlo, con umiltà. Sia dal punto di vista musicale che artistico e culturale, provo a mettere insieme queste due realtà.”
Hai mai lavorato anche nella ristorazione?
“Sì, ma solo in passato. Ho lavorato in cucina quando ero più giovane e anche qui in Irlanda, da Wallace’s Asti nei primi tempi durante il Covid. Poi ho ripreso il mio percorso professionale legato agli studi e oggi lavoro alla National Library.”












































