Enzo Farinella insieme a Michael D. Higgins (in foto), già Presidente della Repubblica d’Irlanda. Uniti da una lunga amicizia personale, si frequentavano assiduamente e hanno condiviso anche il percorso accademico: Higgins docente di Sociologia, Farinella di Antropologia e Filosofia. Un legame che va oltre le istituzioni e diventa il simbolo concreto di un dialogo profondo tra Italia e Irlanda. Filosofo, giornalista e docente, Farinella incarna l’incontro tra Mediterraneo e Atlantico, costruendo legami tra popoli, istituzioni e generazioni. Nel cuore pulsante della Sicilia, tra le colline di Gangi, nasce e prende vita la straordinaria figura di Enzo Farinella, un uomo il cui destino intreccia indissolubilmente le storie di due terre apparentemente lontane: la Sicilia e l’Irlanda. Filosofo, giornalista e docente, Farinella incarna l’essenza dell’incontro culturale tra il Mediterraneo e l’Atlantico. Con la sua eredità intellettuale e spirituale, egli non solo illumina la storia passata, ma getta semi di speranza per un mondo più unito, dove i popoli continuano a conoscersi e a riconoscersi. La sua è un’epopea che parte dai vicoli del “gioiello d’Italia”, Gangi, passa per le aule universitarie di Catania e Palermo, fino ad approdare nelle nebbiose terre d’Irlanda, dove diventa protagonista di eventi storici mondiali e amico di capi di Stato. In questa intervista esclusiva, Farinella ci apre lo scrigno dei suoi ricordi, tra fede, diplomazia e affetti familiari che attraversano i confini d’Europa.
Enzo, la sua avventura inizia molti anni fa, lasciando il sole della Sicilia per l’Isola di Smeraldo. Cosa prova un giovane siciliano che sbarca in Irlanda negli anni Sessanta?
«Arrivo in Irlanda per la prima volta nel 1966 e mi si apre subito il cuore di fronte a un’ospitalità e a una cordialità uniche, tipiche degli irlandesi. Tuttavia, l’impatto iniziale è quasi scioccante: la nazione mi sembra ancora alquanto medievale, con uno stile di vita profondamente diverso da quello italiano e un cielo quasi sempre cupo e grigio. La differenza climatica con la mia Sicilia è talmente forte che, dopo i primi mesi, non riesco a resistere al richiamo del sole siciliano; arrivato in agosto, verso marzo sento il bisogno viscerale di tornare a casa prima di stabilirmi definitivamente a Dublino.»

A Dublino la sua carriera accademica la porta a collaborare con figure che oggi siedono ai vertici del potere. Ci racconta del suo rapporto con il Presidente Higgins?
«È una coincidenza straordinaria: insegno antropologia e filosofia nella stessa scuola dove Michael Higgins, l’ex Presidente della Repubblica d’Irlanda, insegna sociologia. Diventiamo amici e lo siamo ancora oggi. Ricordo con particolare emozione quando, dopo un suo importante discorso, mi concede la grande opportunità di avere un’intervista privata con lui proprio nello studio del sindaco di Dublino. Ma i miei rapporti con le istituzioni non si fermano qui: ho avuto ottimi legami con figure come Enda Kenny e con il commissario europeo Pádraig Flynn, che lancia ufficialmente uno dei miei libri a Dublino durante un pranzo istituzionale.»

Nel 1979 l’Irlanda vive uno dei momenti più intensi della sua storia moderna: la visita di Giovanni Paolo II. Lei è in prima linea in quei giorni frenetici. Qual era il suo ruolo?
«Seguo l’intera visita in veste di giornalista e corrispondente della Radio Vaticana dall’Irlanda. Sono tre giorni che sconvolgono e mobilitano l’intera nazione. Mi trovo in una posizione professionale unica e delicatissima: il direttore della Radio Vaticana mi consegna, all’arrivo del Papa all’aeroporto di Dublino, una piccola cassetta chiusa contenente tutti i discorsi che il Pontefice avrebbe tenuto durante il viaggio. Per questo motivo, divento improvvisamente il giornalista più ricercato tra i circa mille colleghi presenti, tutti ansiosi di conoscere in anticipo le parole del Papa.»
C’era una grande attesa soprattutto per il messaggio che il Papa avrebbe lanciato riguardo al conflitto nordirlandese, vero?
«Esattamente. Tutti vogliono sapere cosa dirà il Papa a Drogheda, dato che non può recarsi nell’Irlanda del Nord a causa delle forti tensioni e del pericolo in quel momento. Nonostante le pressioni, mantengo la mia deontologia professionale e non svelo nulla. In quell’occasione, il Papa si rivolge in ginocchio agli uomini violenti, sia dell’Ira che delle forze unioniste, chiedendo la fine della violenza. È un’esperienza umana e professionale irripetibile.»
La sua vita è anche un mosaico di affetti che unisce generazioni e nazioni diverse. Come si è evoluta la sua famiglia in questo contesto internazionale?
«Nel 1973 incontro Patrizia, che diventa mia moglie e dalla quale ho tre figli. La prima, Santina, è oggi una giovane imprenditrice; la seconda, Ashlin, è una stilista molto ricercata che ha esposto anche negli Stati Uniti. Entrambe, pur vivendo in Irlanda, scelgono di sposarsi in Sicilia, a Gangi, rispettivamente nella chiesa del Paese e nel meraviglioso Santuario dello Spirito Santo. Poi c’è Gioacchino, che porta il nome di mio padre come da tradizione siciliana; vive in Irlanda, è sposato con una ragazza polacca e mi ha dato due bellissime nipotine.»

Ma la vita le riserva una “seconda giovinezza” anche dal punto di vista sentimentale, non è così?
«Sì, dopo la scomparsa di Patrizia, incontro la mia attuale dolce metà in Italia, a Trento, durante una riunione di giornalisti europei. Nel 2016 ci sposiamo in Sicilia, nella suggestiva cornice del Teatro Rosa di Pollina. Da questa unione nasce in Ungheria, a Szombathely, il piccolo Enzino, che oggi ha sette anni ed è un vero amore di figlio. È la dimostrazione che i legami e le storie non smettono mai di intrecciarsi tra i popoli.»
Tra i tanti riconoscimenti alla sua carriera, spicca un titolo che la lega ufficialmente allo Stato Italiano. Cosa ha significato per lei?
«Ricevo il titolo di Cavaliere della Repubblica, un’onorificenza firmata dal presidente Napolitano che mi rende profondamente orgoglioso. Mi viene consegnata dall’Ambasciatore d’Italia a Dublino, nella sede dell’Istituto Italiano di Cultura; per me ha un valore immenso riceverla proprio nel luogo che rappresenta il mio “sudore” e il mio impegno lavorativo come docente. A questo si aggiunge il prestigioso Peace Messenger Award delle Nazioni Unite, conferitomi dal Segretario Generale per l’opera svolta attraverso i gemellaggi, a sottolineare quanto sia fondamentale il dialogo per la pace.»
Anche l’Italia ha riconosciuto ufficialmente il suo impegno. C’è un nome illustre della nostra politica legato alla sua onorificenza, non è vero?
«Sì, ricevo il titolo di Cavaliere della Repubblica con la firma del Presidente Giorgio Napolitano. È un riconoscimento che mi riempie d’orgoglio, consegnatomi dall’Ambasciatore italiano a Dublino, Savoia, proprio nella sede dell’Istituto Italiano di Cultura. Per me è fondamentale che quel titolo mi sia stato dato nel luogo dove ho “sudato”, insegnando e promuovendo la nostra cultura. A questo si aggiunge il Peace Messenger Award, un premio prestigiosissimo che mi viene conferito dal Segretario Generale delle Nazioni Unite, all’epoca Guterres, per l’opera svolta attraverso i gemellaggi e il dialogo internazionale.»
Guardando a questi incontri, qual è il messaggio che cerca di trasmettere oggi?
«Tutta la mia attività, dai rapporti con i Presidenti ai gemellaggi premiati dall’ONU, mira a gettare semi di speranza per un mondo più unito. Che si tratti di un incontro al Parlamento Europeo o di un dialogo tra le colline di Gangi e le strade di Dublino, l’obiettivo è sempre lo stesso: far sì che le persone continuino a conoscersi e a riconoscersi, superando i confini geografici e politici.»
Nel corso della sua lunga carriera, lei ha avuto modo di incontrare anche Mikhail Gorbachev. Che ricordo ha di quel momento?
«Gorbachev tiene un discorso di grande rilievo e, successivamente, mi offre la straordinaria opportunità di un’intervista privata con lui. Si tratta di un’occasione eccezionale che si svolge in una cornice istituzionale prestigiosa: l’incontro avviene infatti nello studio del sindaco di Dublino.»

Un altro legame significativo, quasi intimo nel suo tempismo storico, è quello con Francesco Cossiga. In quale occasione vi siete conosciuti?
«Conosco Francesco Cossiga in un momento molto particolare della sua vita politica: lo incontro proprio quando rassegna le sue dimissioni da Presidente della Repubblica. Subito dopo aver pronunciato il suo discorso davanti alle Camere riunite a Roma, Cossiga prende un aereo privato messo a sua disposizione e vola direttamente qui in Irlanda. È proprio in questa circostanza che ho modo di approfondire il rapporto con lui.»

Tra i protagonisti della politica di Dublino, spicca il nome di Enda Kenny, a lungo alla guida del Paese come Taoiseach. Che tipo di legame vi unisce?
«Considero Enda Kenny un buon amico, una persona con cui ho il piacere di mantenere un rapporto di stima profonda. In un’occasione particolare a Dublino, scelgo di presentargli personalmente un mio libro dedicato proprio alla Sicilia e al suo “cuore pulsante” tra le colline di Gangi. Attraverso questo gesto, cerco di rafforzare quel ponte ideale tra le due isole, facendo sì che il Mediterraneo e l’Atlantico continuino a raccontarsi, conoscersi e riconoscersi in una visione di mondo più unito.»



































