DUBLINO – Il cuore della capitale irlandese si trasforma in un blocco unico. O’Connell Street è chiusa al traffico da Parnell Street fino a O’Connell Bridge, mentre i mezzi pubblici si fermano. Autobus e tram non passano. Solo la LUAS continua a transitare, attraversando la strada all’altezza di Abbey Street, come un filo sottile in una città immobilizzata. I turisti cambiano sguardo: non fotografano più i monumenti, ma la protesta stessa. È un ribaltamento simbolico. Dublino, in Irlanda, diventa teatro. La protesta sul caro carburante continua anche oggi, e lo fa con una forza che non si attenua, anzi si consolida. Fin dalle prime ore del mattino, il centro di Dublino, in Irlanda, si riempie di trattori, autocarri, furgoni e mezzi agricoli, in una mobilitazione che nasce da motivazioni precise, concrete, difficilmente contestabili. Alla base c’è una crisi economica reale.

Il prezzo del diesel , sia per autotrazione che per uso agricolo, ha raggiunto livelli insostenibili, mettendo in ginocchio interi settori. Agricoltori, trasportatori, lavoratori autonomi denunciano una situazione ormai fuori controllo: i costi operativi aumentano, i margini si azzerano, il lavoro si ferma. In Irlanda, il diesel agricolo non è sostituibile: senza carburante, non si produce, non si trasporta, non si lavora. A questo si aggiunge la pressione fiscale. Carbon tax, accise, tassa NORA vengono percepite come un peso insopportabile su un sistema già fragile. I manifestanti chiedono misure immediate: un tetto ai prezzi, una revisione delle imposte, una strategia energetica nazionale. Non è una protesta ideologica: è una richiesta di sopravvivenza economica.
































