DUBLINO – €250.000-€300.000 lordi all’anno. È quanto guadagna un medico consultant in Irlanda, l’equivalente del primario italiano. Cifre che in Italia restano un miraggio. Ma l’alto stipendio è solo la punta dell’iceberg: dietro l’esodo dei camici bianchi verso Dublino c’è un sistema che premia la meritocrazia, restituisce autonomia decisionale e offre quello che il sistema sanitario italiano non garantisce più: dignità professionale ed economica.
I numeri parlano chiaro: dopo una tassazione del 50%, restano €10.000-€15.000 netti al mese. Abbastanza per affrontare un costo della vita proibitivo €2.000 per un monolocale, €5.000 per una casa familiare e mettere comunque da parte risparmi. Il medico italiano in Irlanda compra casa, fa vacanze, vive serenamente: lussi impensabili per molti colleghi rimasti negli ospedali della Penisola.
Ma la vera rivoluzione non è solo economica. È l’autonomia: il consultant irlandese decide in prima persona, senza gerarchie soffocanti. È la lingua: dominare l’inglese medico significa accesso diretto a letteratura scientifica, linee guida internazionali, innovazione terapeutica. È il riconoscimento: un sistema che valorizza il talento italiano nella ricerca, quello stesso “genio italico” capace di amalgamare concetti complessi meglio dei colleghi anglosassoni.
Professor Piccin, la sua storia professionale attraversa due sistemi sanitari, due culture accademiche e due visioni della medicina. In quale momento storico matura la scelta di lasciare l’Italia e quale ruolo gioca l’Irlanda in questo passaggio?
«Siamo alla fine degli anni Novanta, un periodo che coincide con due dinamiche parallele: da un lato una formazione medica italiana estremamente solida, dall’altro l’ascesa dell’Irlanda durante il boom economico della Celtic Tiger. Io mi formo all’Università di Padova, un’università che porta con sé secoli di rigore scientifico, di metodo clinico, di centralità dello studio. La mia specializzazione in ematologia e una tesi sperimentale in terapia genica mi mettono a contatto con una medicina che guarda già al futuro. L’Irlanda, in quel momento, rappresenta un Paese in espansione, aperto, che investe in ricerca, formazione avanzata e internazionalizzazione. Il trasferimento nasce formalmente dal desiderio di apprendere l’inglese, ma sostanzialmente dalla volontà di collocare la mia formazione italiana dentro un contesto globale.»

Arriva in Irlanda senza una reale padronanza della lingua inglese. Quanto pesa questo limite in un ambito, come la medicina, dominato dal linguaggio scientifico anglosassone?
«Pesa moltissimo all’inizio, ma diventa presto un motore di trasformazione. Provengo da una formazione classica, con latino e greco, e da studi di lingua tedesca. Questo mi ha dato una struttura mentale rigorosa, ma non immediatamente spendibile nel contesto anglosassone. Tuttavia la medicina, per sua natura, impone un apprendimento continuo. L’inglese non è solo uno strumento di comunicazione: è la lingua del pensiero scientifico contemporaneo. Vivere in Irlanda significa essere immersi quotidianamente nella lingua in cui sono scritte le linee guida, i trial clinici, le revisioni sistematiche. Non si tratta di tradurre, ma di pensare direttamente in inglese, e questo cambia radicalmente il modo di esercitare la medicina.»
La sua tesi svolta in Italia diventa un elemento chiave per l’accesso alla ricerca irlandese. Che valore attribuisce oggi alla formazione accademica italiana nel dialogo scientifico internazionale?
«Attribuisco un valore altissimo, purché la formazione sia realmente sperimentale e rigorosa. La mia tesi in terapia genica rappresenta un punto di svolta perché dimostra una capacità di lavorare su modelli avanzati, di produrre dati, di ragionare in termini di ricerca traslazionale. Questo mi apre le porte di un PhD presso il Trinity College Dublin, un’istituzione che seleziona sulla base della qualità scientifica, non dell’appartenenza geografica. Qui emerge un punto cruciale: quando l’università italiana funziona bene, è perfettamente competitiva a livello internazionale. Il problema non è la qualità, ma la mancanza di un sistema che la valorizzi.»
Lei ha lavorato sia in strutture italiane sia irlandesi. Qual è la prima differenza sistemica che osserva tra i due modelli sanitari?
«La differenza più evidente è il rapporto tra numero di medici e popolazione. In Irlanda il numero di medici è inferiore rispetto all’Italia, e questo rende il sistema più selettivo e meno accessibile. In Italia, invece, la sanità è più capillare, con una maggiore disponibilità di specialisti. Tuttavia, l’Irlanda compensa questa carenza numerica con un livello estremamente elevato di standard clinici. Ogni decisione terapeutica deve essere tracciabile, giustificata, aderente alle linee guida internazionali. È un sistema che privilegia la qualità certificata rispetto alla quantità.»
Dal punto di vista professionale, cosa significa essere “Consultant” in Irlanda rispetto allo specialista italiano?
«Significa assumersi una responsabilità totale. Il Consultant irlandese è una figura autonoma, che prende decisioni cliniche e terapeutiche senza una gerarchia superiore. In Italia, invece, lo specialista opera quasi sempre sotto l’autorità di un primario, che mantiene il controllo decisionale finale. Questo modello irlandese richiede una preparazione altissima, una continua formazione, ma restituisce anche una dignità professionale e una autonomia decisionale che in Italia spesso manca. È questa responsabilità diretta che giustifica, almeno in parte, gli stipendi più elevati.»

Il tema economico è spesso centrale nel dibattito sulla migrazione dei medici. Quanto incide realmente il fattore stipendio?
«Incide, ma va contestualizzato. Gli stipendi dei Consultant possono raggiungere cifre elevate, anche 250–300 mila euro lordi annui, ma il costo della vita a Dublino è estremamente alto. Affitti, servizi, istruzione, sanità privata incidono in modo significativo. Il vero vantaggio economico non è il lusso, ma la possibilità di una vita equilibrata: ferie reali, minore stress finanziario, maggiore sicurezza economica. In Italia, al contrario, molti medici vivono una condizione di frustrazione economica che non rispecchia il livello di responsabilità e competenza richiesto.»
Dal suo punto di vista, quali sono le vere cause della cosiddetta “fuga dei medici” dall’Italia?
«La causa principale è la mancanza di meritocrazia strutturata. In Italia esistono eccellenze straordinarie, una ricerca di altissimo livello, ma spesso non c’è una ricompensa proporzionata all’impegno. I turni sono pesanti, la popolazione è sempre più anziana e complessa, e il riconoscimento economico e professionale è limitato. Questo genera una disaffezione progressiva. L’Irlanda, pur con le sue difficoltà, offre un sistema in cui il merito è più visibile e più premiato.»
L’ingresso nel sistema sanitario irlandese è semplice per un medico italiano?
«No, è un percorso burocraticamente complesso. I titoli sono riconosciuti a livello europeo, ma devono essere tradotti, autenticati, validati dall’ordine medico irlandese, che è unico per tutto il Paese. Questo processo richiede tempo e spesso un supporto legale o amministrativo. Tuttavia, una volta superata questa fase, la selezione diventa esclusivamente professionale.»
Una volta superata la burocrazia, la carriera è facilitata o ostacolata?
«È fortemente competitiva. L’Irlanda, e in particolare Dublino, attrae professionisti da tutto il mondo: Nord America, Regno Unito, Europa continentale. Per emergere bisogna produrre ricerca, pubblicare, partecipare a congressi internazionali, portare dati concreti. Non è un sistema che regala nulla, ma è un sistema che riconosce il valore reale.»
Come viene percepito oggi il medico italiano nel contesto internazionale?
«Il medico italiano è generalmente molto apprezzato per la sua profondità culturale, per la capacità di ragionamento clinico complesso e per la qualità della scrittura scientifica. Forse meno immediato nell’uso di acronimi e linguaggio sintetico, ma molto forte nella costruzione concettuale. Questo rappresenta un vantaggio reale nella produzione scientifica di alto livello.»
Se dovesse sintetizzare il rapporto tra Italia e Irlanda nella medicina contemporanea, quale concetto sceglierebbe?
«Sceglierei il concetto di integrazione virtuosa. L’Italia offre tradizione, metodo, umanesimo medico. L’Irlanda offre sistema, internazionalità, meritocrazia. Quando questi due mondi dialogano, la medicina non solo migliora, ma diventa più giusta, più efficace e più moderna.»






























