Dottoranda dell’Università di Padova, impegnata in una collaborazione scientifica a Dublino, Lara Marcenta racconta il suo lavoro sui nanomateriali per le terapie oncologiche e il valore di un’esperienza internazionale che rafforza il dialogo tra Italia e Irlanda.
C’è una generazione di ricercatori italiani che non parte per fuggire, ma per costruire. Giovani scienziati che attraversano l’Europa seguendo la scienza, le collaborazioni, i progetti. L’Irlanda è una delle mete privilegiate di questo percorso, grazie a un ecosistema accademico dinamico e fortemente integrato nei programmi europei. È qui che incontriamo Lara Marcenta, dottoranda dell’Università di Padova, Dipartimento di Scienze Farmacologiche, impegnata in una ricerca avanzata sui nanomateriali applicati alle terapie oncologiche. Una storia che racconta bene il lato più virtuoso della cosiddetta fuga dei cervelli.
Lara, partiamo da te. Chi sei e di cosa ti occupi oggi a Dublino?
«Sono una dottoranda dell’Università di Padova e sto concludendo qui il mio terzo anno di dottorato, che è anche l’ultimo. Mi occupo dello sviluppo di nanoparticelle lipidiche, strutturalmente simili a quelle utilizzate nei vaccini anti-Covid. Si tratta di sistemi terapeutici progettati per colpire in modo mirato specifici tipi di tumore.»
Qual è il focus della tua attività di ricerca in Irlanda?
«Qui studio in particolare l’interazione di questi carrier lipidici con le proteine del plasma. È un aspetto cruciale, perché da queste interazioni dipendono l’efficacia, la stabilità e la sicurezza del trattamento. Comprendere questi meccanismi significa migliorare il potenziale clinico delle terapie.»
Da Padova a Dublino: come nasce questa collaborazione scientifica?
«Il mio professore in Italia era in contatto con il responsabile del laboratorio qui a Dublino. Da lì è nata l’idea di avviare una collaborazione scientifica strutturata. È stata un’opportunità importante, e sono molto contenta di essere arrivata qui e di averla colta.»
Hai trovato differenze significative rispetto al contesto italiano?
«Italia e Irlanda sono entrambe realtà molto valide dal punto di vista scientifico. Le differenze stanno soprattutto nell’organizzazione e nelle metodologie di lavoro, anche perché le università sono diverse. Proprio per questo sono felice di aver fatto questa esperienza: vedere più modelli aiuta a crescere come ricercatrice.»
Era la tua prima esperienza in un laboratorio all’estero. Che valore ha avuto per te?
«Un valore enorme. È la mia prima esperienza fuori dall’Italia e sono contenta di averla fatta proprio qui. Ti costringe a metterti alla prova, a essere più autonoma, ma anche a confrontarti quotidianamente con persone che hanno formazioni e approcci diversi.»
Lavorare in un Paese anglofono ha creato difficoltà linguistiche?
«Sono stata piuttosto fortunata. Il mio percorso scolastico è stato un po’ atipico: alle superiori ho studiato lingue, quindi non ho avuto particolari problemi con l’inglese. Questo mi ha sicuramente aiutata a integrarmi più velocemente.»
Guardando al futuro, dove ti vedi? Italia, Irlanda o altrove?
«Mi piacerebbe proseguire ancora per un po’ il mio percorso qui in Irlanda, per approfondire ulteriormente l’esperienza della ricerca all’estero. Ma non escludo affatto un ritorno in Italia. Credo che tenere aperte più possibilità sia la scelta migliore.»
Il percorso di Lara Marcenta è l’immagine di una mobilità che arricchisce, non impoverisce. L’Irlanda si conferma un laboratorio europeo capace di attrarre competenze italiane e di restituirle sotto forma di conoscenza, metodo e visione internazionale. L’Italia resta sullo sfondo, non come un luogo lasciato alle spalle, ma come un possibile approdo futuro. È in questo scambio continuo che la ricerca cresce. Ed è qui che la fuga dei cervelli diventa, finalmente, una storia positiva.
































