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dublino: Intervista a Jesse Park: un viaggio lungo una vita

dublino: Intervista a Jesse Park: un viaggio lungo una vita

 

di Alessandro Pagano Dritto

Jesse Park, classe 1979, si trova a Dublino dal 2011, quartiere Rathmines, e ha dietro le spalle una vita decisamente movimentata. Sopra l’ultimo degli scaffali della sua piccola libreria in salotto, sopra libri di economia, una collezione di vecchie fotografie di Torino, un Ulysses di Joyce senza più copertina e una copia di Di qua dal paradiso di Francis Scott Fitzgerald, tiene una riproduzione in scala di un veliero: ogni settimana Jesse la gira in modo che mostri a lui e ai suoi coinquilini una volta la poppa e una la prua. A lato dello scafo una scritta recita U.S.S. Constitution.
Jesse, tu sei un cittadino statunitense. Come hai vissuto negli Stati Uniti?
«Sono nato a Mechanicsburg, un piccolo centro vicino a Harrisburg, nello Stato della Pennsylvania: non un grande posto, né ha qualcosa di particolare per cui essere ricordato. Ho vissuto lì fino a 18 anni, poi mi sono arruolato nell’esercito da volontario».
Cosa ti ha spinto a questa scelta?
«Lo spirito di avventura e il desiderio di una vita diversa. Nell’esercito lavorai come meccanico sulle navi, il che mi diede l’opportunità di partecipare a diverse missioni e viaggiare molto. Ogni nave infatti aveva un proprio equipaggio, ma quando questa doveva allontanarsi per una missione - più o meno lunga, anche diversi mesi – venivano aggiunti degli elementi che potevano risultare utili e per quel periodo l’equipaggio cresceva. Grazie all’esercito ho viaggiato molto: sono stato a Charleston in South Carolina, su e giù per la costa orientale, Panama, Portorico, Kuwait. In Kuwait ho vissuto per sei mesi, l’ho trovato un posto molto interessante: eravamo nella parte turistica del paese, c’erano molti ristoranti americani. In tutto sono stato nell’esercito per quattro anni, dal 1998 al 2002».
Perché alla fine hai deciso di lasciarlo?
«Come ho detto, mi ero arruolato, da volontario, per sperimentare una vita diversa e vivere delle avventure. Effettivamente tutto questo è successo: ho vissuto una vita diversa da quella che vivevo a Mechanisburg, ho viaggiato molto, ho visto molti posti diversi. Ma sentivo che la vita nell’esercito cominciava a diventare troppo rigida e restrittiva per i miei gusti e allora ho preferito lasciarlo. C’erano delle cose che mi piacevano e altre che invece mi andavano strette: la cosa bella, per esempio, era che nei tempi morti avevi la possibilità di stringere molte relazioni di amicizia con gli altri militari; ma per contro, anche nelle missioni, la tua vita sociale girava quasi esclusivamente attorno ai tuoi commilitoni e al tuo gruppo di riferimento, difficilmente si potevano stabilire relazioni significative con i civili o andare per molto tempo in posti diversi da quelli in cui si prestava servizio. Ricordo che una volta, in Kuwait, visitammo la casa al mare di un ufficiale militare del posto: ma la visitammo tutti e per poco tempo, giusto qualche ora. Poi tornammo indietro. E comunque in Kuwait ho visto più persone del posto che a Panama, per esempio. L’esercito mi è servito insomma per assaggiare il tipo di vita che volevo, per girare, ma per viverla come volevo io ho dovuto lasciare la divisa: decisi allora di continuare a studiare e mi iscrissi alla William And Mary di Williamsburg, in Virginia, che credo sia la seconda università più antica d’America. Studiavo contabilità».
La tua nuova vita di studente ti ha permesso quindi di continuare a viaggiare come volevi tu?
«Sì, grazie a programmi simili all’europeo Erasmus ho trascorso dei periodi all’estero, arrivando per la prima volta anche in Europa. La mia primissima esperienza, in questo senso, fu nel 2004 a Londra, esperienza che scelsi sostanzialmente in ragione della durata. Mi ero trovato a poter scegliere tra Inghilterra, Irlanda, Australia e Nuova Zelanda: avrei voluto andare in Nuova Zelanda perché sarei potuto rimanere un anno, ma i posti erano stati tutti assegnati; così scelsi l’Inghilterra, dove potevo rimanere per sei mesi. Poi, altri sei mesi in Francia, a Parigi, tra il 2007 e il 2008. Infine sono tornato negli Stati Uniti e ho lavorato come contabile a Boston per tre anni, fino al 2011».
Ma non fu la fine né dei viaggi né dello studio.
«No, infatti. La vita da contabile non faceva per me, così scelsi di tornare a studiare. Ero indeciso tra tre opzioni: economia, storia e lingue. Alla fine ho scelto economia, sia per le opportunità lavorative che per la possibilità di includere anche le altre due in un futuro di ricerca: un economista deve infatti conoscere la storia per spiegare l’evoluzione dell’economia e deve conoscere le lingue per documentarsi e spiegare l’economia dei paesi diversi dal suo, nel mio caso dei paesi non anglofoni».
È così che sei arrivato a Dublino?
«Sì, nello stesso 2011, attirato dal programma dello University College of Dublin. Mi ci trovo bene, qui a Dublino, la gente è amichevole, è come una grande famiglia. Dublino è grande abbastanza da essere una città attraente, ma non così tanto da cambiare l’atteggiamento delle persone e renderlo simile a quello della grande metropoli, più freddo e distaccato, frenetico».
Dopo l’Irlanda e Dublino?
«Ancora non so. Sto considerando vari paesi, tra cui l’Italia: mi attirano i programmi delle università di Pisa e Milano. Mi piacerebbe provare di persona se è vero quel che si dice di voi Italiani, che sete gente amichevole che sa godersi la vita. Ma i paesi che mi attirano e che un giorno vorrei vedere, nei quali non sono ancora stato, sono tanti: oltre l’Italia, anche il Marocco, l’Egitto, l’India, il Vietnam, il Giappone, la Corea, Taiwan, la Cina. In ogni caso spero di andare avanti con la ricerca economica».
Hai girato parecchi paesi e hai una grande curiosità verso il mondo. C’è qualche episodio particolare o qualche figura, magari della tua adolescenza, che ti ha spinto a questo?
«No, non riesco a ricordare episodi o figure decisive: la mia stessa famiglia non è una famiglia di grandi viaggiatori. Penso che a spingermi nelle mie scelte siano state più che altro due cose: l’essere cresciuto in posti abbastanza anonimi che non avevano alcuna attrazione particolare e poi la vita restrittiva nell’esercito, che, anche se, come ho detto, ha esaudito la mia richiesta di una vita più avventurosa rispetto a quella vissuta fino ad allora, mi ha fatto anche desiderare e apprezzare maggiore autonomia e libertà»

Last modified onFriday, 21 February 2014 02:05
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