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La favola della Cittadinanza irlandese

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La favola della Cittadinanza irlandese

C’era una volta una coppia orientale che desiderava ardentemente avere un secondo figlio. La Repubblica popolare cinese però non era d’accordo, in quanto in aperto contrasto con la politica del figlio unico, promossa per contenere le nascite.

Per sfuggire a questo moderno “Erode” la signora, Man Lavette Chen, d’accordo con il marito, in prossimità del lieto evento, si recava a Belfast dove il 16 settembre 2000 nasceva la figlia Kunqian Catherine Zhu ( “Catherine”). La scelta di Belfast, sebbene non indicata da una prodigiosa cometa, non era casuale: La legge sulla nazionalità e sulla cittadinanza irlandesi (Irish Nationality and Citizenship Act del 1956, modificato nel 2001), infatti, attribuiva la cittadinanza Iure soli, consentendone l’acquisto a tutti coloro che fossero nati nell’isola dell’Irlanda, anche se fuori dal territorio dell’Eire (come nel caso della piccola). L’intenzione della signora Chen era proprio di partorire una figlia irlandese per stabilirsi poi nel Regno Unito che contrariamente all’Irlanda aveva già abbandonato la cittadinanza in base alla nascita nel proprio territorio. La storia ebbe un lieto fine, nonostante il polverone che ne seguì e che ne fece un vero e proprio “caso” della giurisprudenza europea. La conclusione della Corte, fu che la piccola Catherine, in base all’art. 18 del Trattato CE e alla direttiva 90/364, aveva il diritto di soggiorno a tempo indeterminato negli Stati membri. Infatti in tale articolo si afferma: “ogni cittadino dell’Unione ha il diritto di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri, fatte salve le limitazioni e le condizioni previste dal presente trattato e dalle disposizioni adottate in applicazione dello stesso”. Appare chiaro però che una bimba in tenera età possa esercitare effettivamente il diritto di soggiorno e di circolazione solo se sia accompagnata dalla persona che ne abbia la custodia. Negare il diritto di soggiorno alla madre, invece, avrebbe negato “ di qualsiasi effetto utile il diritto di soggiorno” della figlia. Anche alla signora Chen, pertanto, è stato riconosciuto il diritto di soggiorno a tempo indeterminato nel Regno Unito. Le favole però vengono raccontate per lungo tempo, ma hanno di solito breve durata. Dal 2004, in seguito ad un referendum, l’Irlanda ha abolito lo ius soli puro. Quindi non basta più essere nato sul suolo dell’isola di smeraldo per essere irlandese, ma sono richiesti criteri aggiuntivi. Ad esempio viene richiesto che i genitori dello straniero nato nel paese vi abbiano risieduto stabilmente per un certo periodo di tempo( 3 anni). L’Italia invece è stata finora decisamente disponibile nel concedere la cittadinanza ai discendenti degli emigrati, ma poco incline a considerare italiani le nuove generazioni degli immigrati residenti. Una situazione problematica esiste, è inutile negarlo. Una valida proposta è invece giunta Il 21 marzo 2013, quando il PD ha presentato un disegno di legge intitolato “Disposizioni in tema di acquisto della cittadinanza italiana”. Al suo interno viene proposta una modifica della legge in grado di affrontare il problema senza capovolgere in toto il sistema italiano. In particolare viene inserita la possibilità di richiesta di cittadinanza da parte di chi è nato in Italia da genitori stranieri, qualora abbia frequentato almeno un corso di istruzione primaria o secondaria di primo grado sul territorio della Repubblica. Il ministro Kyenge invece ha recentemente insistito sulla necessità che il governo considerasse una priorità la sostituzione dello Ius sanguinis con lo Ius soli. Soluzione troppo ardita e se le favole hanno una morale, forse questo non è il mezzo migliore per raggiungere il fine.

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