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Paolo Zanni racconta il mondo della finanza in Irlanda e UE Featured

Paolo Zanni nel suo ufficio alla EMRO Finance Ireland Paolo Zanni nel suo ufficio alla EMRO Finance Ireland
Negli ultimi anni, a causa della crisi, sempre più spesso si sente parlare di finanza. Qualche volta anche a sproposito, da persone che s’inventano esperti, senza avere la necessaria competenza. Paolo Zanni, invece, General Manager della EMRO Finance Ireland, è forse l’italiano a Dublino più adatto a raccontarci lo stato di salute della finanza in Irlanda e in Europa.
Dr. Zanni, quali opportunità offriva il mercato finanziario irlandese quando è arrivato a Dublino che non erano disponibili in Italia? E com’è cambiata la situazione nel corso del tempo?
In Irlanda è più facile “fare business”, qui i costi sono inferiori anche rispetto alla vicina Inghilterra, l’altro grande mercato finanziario europeo. Quando arrivai nel 1999 c’era una tassazione agevolata del 10%, oggi arrivata al 12,5%, più bassa di quella italiana. Oggi ovunque le cose sono diventate più difficili, ma Dublino rimane comunque una piazza finanziaria importante come non ce ne sono in Italia.
Come ha reagito la sua azienda alla crisi economica? È ancora conveniente investire in Irlanda?
Come tutte le altre aziende, stiamo ragionando su come andare avanti. Innanzitutto limitando i rischi, che prima erano considerati medio-bassi e col tempo ci siamo resi conto che erano più alti. Oggi è molto più importante massimizzare la liquidità. Non saprei dire se è ancora conveniente investire qui. Sicuramente lo è per altri settori, come l’IT, marketing, royalties, le assicurazioni, ma per la finanza è un periodo di riflessione.
I cinque Paesi più colpiti dalla crisi –i PIIGS – appartengono tutti al Sud Europa eccetto uno: l’Irlanda. Che cosa accomuna questo Paese con gli altri quattro del Mediterraneo? Quali sono invece le sue caratteristiche peculiari?
Non sono d’accordo nell’inserire l’Italia tra i PIGS, ma comprendo le ragioni di chi lo fa. Non concordo per il semplice fatto che ritengo ancora l’Italia capace di risollevarsi senza dover ricorrere agli aiuti europei. Il Sud Europa ha grandi difficoltà geografiche che ne limitano le possibilità di esportare. Irlanda e Spagna hanno vissuto lo stesso problema con la bolla immobiliare. In parte ciò è successo anche in Portogallo, che però accomunerei di più con l’Italia, per i problemi strutturali e di bassa crescita precedenti alla crisi. Il caso della Grecia è diverso: hanno falsato i bilanci e al primo momento di difficoltà sono crollati.
Il mercato immobiliare, croce e delizia dell'ultimo decennio per le economie europee. Oggi a Dublino i prezzi degli affitti sono piuttosto alti, molto meno per quanto riguarda la compravendita: qual è il motivo?
Croce e basta. L’Irlanda è cresciuta basandosi solo sugli immobili, senza una logica. Nel 2006 si costruivano circa 60.000 unità abitative, lo scorso anno 4.000. I prezzi per acquistare una casa oggi sono bassi perché il mercato è saturo, e con la crisi nessuno, soprattutto le giovani coppie, può permettersi di comprare. Ci si accontenta di soluzioni temporanee, portando così gli affitti in alto. Prima di tre o quattro anni non miglioreranno le cose, anche se già ora ci sono segnali di stabilizzazione, ma non di crescita.
L'Irlanda pare aver avuto un riscatto migliore dal momento in cui si è ritrovata sull’"orlo del burrone": che cosa hanno avuto gli irlandesi che negli altri Paesi è mancato? È ancora lunga la strada verso la "luce in fondo al tunnel"?
L’Irlanda era già con un piede nel “burrone”, ma ha avuto due vantaggi essenziali che le hanno concesso di recuperare: è un Paese piccolo e giovane, e non ha problemi sociali. Ciò le ha permesso di attuare le manovre drastiche necessarie senza portare la gente alla rivolta. Ma la strada verso la “salvezza” è ancora lunga. L’Irlanda ha il vantaggio di essere l'unico mercato di lingua inglese dell'Eurozona, la prima finestra per il Nord America e l'Asia nel Vecchio Continente. Ma è anche un Paese prettamente esportatore, e quindi ha bisogno che i Paesi a cui esporta crescano per tornare a crescere a sua volta. La disoccupazione è ancora alta, ma questo è un problema comune. Servono misure europee per la crescita.
Lei auspicherebbe un’unione fiscale in Europa, oltre che monetaria?
Certo, e non solo fiscale, ma anche politica. È l’unica strada percorribile: abbiamo visto i risultati di dieci anni di unione solamente monetaria. Inoltre c’è bisogno di meno politiche di austerity e di più interventi statali. Si è andata perdendo la ragione per cui era nata l’UE, la condivisione di politiche uguali per tutti. La differenza di tassi d’interesse tra i Paesi membri non è più sostenibile. 
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