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L' Irlanda sorride all'outsourcing

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L'Irlanda è pronta ad accogliere gli investimenti e le imprese che fanno le valigie! L'Irlanda è pronta ad accogliere gli investimenti e le imprese che fanno le valigie!

Nell'immaginario collettivo l' outsourcing e  l' offshoring assumono una forte connotazione negativa: sono infatti spesso associati ad una massiccia perdita di posti di lavoro.

Tra le due espressioni c’è una certa differenza: L'esternalizzazione, anche detta outsourcing (parola inglese traducibile letteralmente come "approvvigionamento esterno"),termine divenuto popolare tra i manager negli anni 90, si ha quando le imprese ricorrono ad altre aziende indipendenti per lo svolgimento di alcune fasi del processo produttivo. L’offshoring invece è la delocalizzazione della produzione all’estero che riguarda soprattutto la realizzazione dei beni intermedi (come può essere il chip elettronico della macchina fotografica.) e di servizi. Queste due strategie sono funzionali ad abbassare i costi e a migliorare la competitività. Robert Reich ha messo in luce il processo di progressiva e crescente segmentazione delle produzioni industriali: una Pontiac Le Mans della General Motors, ad esempio, costava a metà degli anni novanta circa 10.0000 dollari, spartiti in questo modo: 3000 in Corea del Sud per le operazioni di assemblaggio, 1750 in Giappone per le componenti ad alta tecnologia,750 in Germania per il design,4000 a Taiwan e Singapore per le parti più piccole della componentistica,250 in Gran Bretagna per la promozione pubblicitaria, 50 in Irlanda e nelle Brabados per i calcoli computerizzati. Alcune ricerche hanno mostrato che le imprese italiane che aprono all’estero hanno dimensioni e produttività maggiori rispetto a quelle che si concentrano solo sul territorio nazionale e l’internazionalizzazione della produzione non avrebbe nemmeno troppe pesanti ricadute sulla situazione occupazionale. L’Italia invece nel 2005 decise di varare un decreto legge sulla competitività, dove, in controtendenza, venivano introdotti incentivi per le imprese italiane che riportavano la produzione entro i confini nazionali. Inoltre, vennero bloccate una serie di agevolazioni all’internazionalizzazione, per le imprese che non conservano in Italia le attività di R&S, le funzioni direzionali e una «parte consistente» dell’attività produttiva.
L’Irlanda invece strizza diabolicamente l’occhio alle imprese ed agli investimenti. Quale bottino avrebbe infatti da offrire l’"Isola di Smeraldo"?
Sebbene non sia l'unico English-speaking dell'Ue, l'isola ha il grosso vantaggio di aver adottato l'euro a partire dal 2002. La tigre celtica nel 2011 figurava poi al primo posto nel IMD World Competitiveness Yearbook IBM Global Location Trends Report, nella disponibilità di manodopera altamente qualificata. Sempre nel 2011 conquistava la medaglia di bronzo nelle competenze finanziarie, la quarta posizione nella produttività lavorativa ed un meritato quinto posto nell'indice di sviluppo umano (economico, sociale, educativo). Sicuramente a stuzzicare di più l'appetito imprenditoriale è il propizio clima aziendale, completamente contrapposto a quello meteorologico: ci sono infatti delle politiche governative nettamente pro-business ed un favorevole regime di tassazione. Le aziende che decidono la creazione di centri di distribuzione in Irlanda, possono ottenere un tasso di imposta sulle società del 12,5%, però con una quantità "significativa" dell'attività svolta nei centri costituiti da dipendenti e servizi esterni. Inoltre, se una società sta sviluppando un tipo di proprietà intellettuale (IP), la IP può anche beneficiare del tasso di imposta sulle società del 12,5% se l'azienda si è principalmente sviluppata in Irlanda.
Altri vantaggi fiscali per le imprese che operano centri di erogazione dei servizi in Irlanda includono un credito d'imposta R & S del 25% per le spese di mantenimento, gli incentivi fiscali per il ricollocamento del direttore / personale e l'esenzione fiscale per le imprese start-up di 1 milione di euro su un profitto di tre anni.

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