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Il Barbera d'Asti, dal Monferrato all'Irlanda

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Nella serata dedicata all'enogastronomia piemontese in Ilanda, tenutasi a Bray nel ristorante “Campo de' Fiori” del pluripremiato chef italiano Marco Roccasalvo, il ruolo del vino protagonista è stato interpretato dal Barbera d'Asti della cantina Vinchio-Vaglio Serra. A rappresentare questo rosso italiano d'eccezione c'era Emiliano Morando, responsabile del reparto esportazioni della suddetta cantina, al quale abbiamo rivolto qualche domanda.
Emiliano, da quanto tempo lavori per questa cantina e da quanto distribuite all'estero i vostri vini? Lavoro per i Viticoltori Associati di Vinchio-Vaglio Serra dal 2006. Fino agli inizi del 2000 esportavamo pochissimo all'estero, soltanto in Svizzera e Danimarca. Abbiamo cominciato a distribuire in Irlanda da poco e un po' per caso, grazie a “Taste of Italy”.
Quali sono le caratteristiche della vostra cantina? Siamo una cooperativa, ma ragioniamo come una cantina privata. Siamo nel Monferrato e produciamo innanzitutto Barbera d'Asti, ma anche altri vini come il Nebbiolo o il Moscato. Molte cose sono cambiate nel tempo. Nel 1959 solo il 3% del vino prodotto veniva imbottigliatto, nel 2013 quasi il 98% è stato destinato alle bottiglie. Non scegliamo mai grandi distributori, siamo molto legati al territorio e lavoriamo anche coi privati, dalla piccola trattoria fino ai ristoranti stellati.
Come è strutturata l'affiliazione alla cantina? I nostri soci sono pressoché gli stessi sin dall'inizio nel 1959, provenienti dai due paesi che danno il nome al marchio, Vinchio e Vaglio Serra. Da allora non ci sono state grandi nuove annessioni. Nelle vigne ci lavorano prettamente le famiglie. In generale sono dei piccoli appezzamenti, dislocati nell'area intorno ai boschi, un po' come nella Borbogna francese. I boschi da un lato arricchiscono le nostre uve, ma dall'altro danneggiano i vigneti nascondendo insetti portatori di malattie che non ancora riusciamo a sconfiggere, come la florescenza dorata che ha decimato del 40% la nostra produzione.
Siete stati colpiti anche voi dalla la recessione? Sì, ci ha ha colpito e ci colpirà. Abbiamo vissuto annate eccezionali nel 2011 e 2012 in pieni tempi di crisi, con un mercato estero in continuo incremento e un saldo rapporto con il territorio, che rappresentiamo molto bene. I competitors però sono sempre pronti. Noi ci difendiamo vendendo solo a piccoli e medi distributori, in modo che le eventuali difficoltà di un singolo cliente non arrecherebbero troppi danni alla nostra cantina.
Qual è il mercato estero in maggior espansione? In Europa, i mercati scandinavi continuano a crescere, per esempio la Danimarca è il Paese dove esportiamo di più. Oltreoceano e soprattutto in Oriente pure, ma la nostra cantina non è né un vino economico da distribuire in larga scala, né un marchio di grido che si vende da solo, quindi questi non sono i nostri target principali. I mercati di Irlanda e Regno Unito invece hanno sempre più problemi a causa delle alte tassazioni sugli alcolici.
Come è nata l'idea per questa serata? Vengo qui un paio di volte l'anno. L'ultima volta ero con Pasquale Cavaliere, il nostro distributore sull'isola con Taste of Italy, che mi ha presentato lo chef Marco Roccasalvo. Abbiamo parlato di creare un evento insieme nel suo ristorante e così eccoci qui a questa serata.
Per concludere, una previsione sulla vendemmia di questo 2013? Bene, ma non fenomenale per tutte le zone come generalizzano i media. Nelle nostro caso, la malattia e la grandine hanno penalizzato la produzione. In generale in Piemonte la grandine ha recato molti danni. Tutto sommato una buona annata, eccezionale solo per alcune zone del Paese.

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Il Made in Italy in Irlanda, una risorsa da custodire

Quando il nome dell’Italia varca i confini del Bel Paese, molto spesso lo fa come sinonimo di alta qualità se non addirittura di eccellenza. In particolar modo quando si parla di gastronomia, la cucina italiana da sempre si conferma tra le più apprezzate. Anche qui a Dublino la situazione non è differente: tra i tavoli dei ristoranti per le strade o tra i banconi dei supermercati, il Made in Italy è richiestissimo. Per i tanti italiani che lavorano in questo settore in Irlanda, importando qui i sapori tipici dello Stivale, è una grossa opportunità di lavoro, ma anche una notevole responsabilità. Marco Roccasalvo, lo chef italiano più premiato nell’isola, è consapevole di quest’onere: “voglio che i clienti avvertano il rispetto che nutriamo per la cucina che rappresentiamo. Quando serviamo i nostri piatti ai clienti, noi tutti siamo come degli ambasciatori del nostro Paese di origine.” Allo stesso tempo, mette in guardia contro i falsi italiani: “in giro per i supermercati trovate tanti prodotti con marchi che richiamano alla nostra lingua e disegni che si rifanno al tricolore, ma che non hanno nulla di italiano. Pure nei ristoranti, molti hanno insegna e nome italiano ma proprietari e chef non lo sono affatto. E anche tra i nostri compaesani purtroppo c’è chi si è lasciato andare e ha preferito adeguarsi ai gusti della clientela.” Un esempio? “Guardate quanti ristoranti italiani hanno nel loro menu la pasta col pollo: tantissimi, ma in Italia questo piatto non esiste. Dobbiamo tutelare meglio la nostra cucina, come fanno i francesi, che hanno registrato tutto. Non sono più bravi di noi ai fornelli, eppure hanno saputo preservare l’autenticità dei loro prodotti.” Difendere il buon Made in Italy è difficile anche quando si parla di enologia. Pasquale Cavaliere, tra i più noti importatori di vini in Irlanda, ci spiega che anche nel suo settore non sono tutte rose e fiori. “La qualità è importantissima, e il prezzo molte volte fa la differenza. Si possono distribuire nel mercato tanti tipi di Chianti per esempio, ma non tutti daranno lustro alla nostra tradizione alla stessa maniera. È un peccato, ci rimette innanzitutto la reputazione delle nostre etichette, e in secondo luogo chi invece lavora con professionalità”. Insomma, la fama della gastronomia italiana è continuamente attentata da gente senza scrupoli che pur di guadagnarci non teme di scendere a compromessi, a discapito della qualità. Un’attenta ricerca, però, magari accompagnata dal buon vecchio passaparola, possono sempre portarci a tavola le squisitezze di casa nostra, anche a Dublino o in giro per l’Irlanda.

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A Taste of Italy in Irlanda grazie a Pasquale Cavaliere

Tra i prodotti italiani d’eccellenza apprezzati in tutto il mondo, un posto di riguardo è dedicato ai vini. In Irlanda, un nome che si è fatto largo in questo campo è quello di Pasquale Cavaliere, che da anni seleziona attentamente le migliori cantine italiane per soddisfare i palati degli irlandesi e non solo. Lo abbiamo incontrato per raccogliere la sua esperienza.
Mr. Cavaliere, da quanti anni si è trasferito in Irlanda? E da quanti ha cominciato la sua attività come importatore di vini?
Mi sono trasferito in Irlanda, precisamente a Camolin, nel 2005. Dopo tre mesi avevo già avviato la mia azienda, “A Taste of Italy”, che rifornisce ristoranti, off licences e hotel con i migliori vini italiani. Nel 2008, abbiamo vinto il premio come miglior New Entry nel mercato dei vini in Irlanda, segnale che la qualità che da sempre offriamo viene riconosciuta. Qualità non solo dei prodotti, ma anche del servizio: non è stato facile farsi conoscere, però il duro lavoro ha pagato.
Cosa l'ha spinto a lasciare il Bel Paese per intraprendere qui la sua attività?
Ho sempre sognato di lavorare per conto mio ma in Italia la burocrazia mi ha sempre spaventato. Nel 2002 ero in vacanza a Wicklow e pensai che in Irlanda ci sarebbe stato spazio per la mia attività. Tutti ce lo sconsigliavano, ma alla fine, con mia moglie, inglese ma di origini irlandesi, abbiamo deciso di cambiare aria ugualmente. Ambientarsi è facile: nel giro di tre mesi i nostri figli si erano già ambientati e io ho potuto realizzare il mio sogno.
Quali sono i vini più richiesti? E come vengono selezionati?
I più richiesti sono sicuramente Chianti, Super Tuscan, Pinot Grigi. Agli irlandesi piacciono i vini corposi. Inizialmente trattavamo soprattutto cantine del Nord, vini come Nosiola o Masetto Nero che sull’isola non c’erano. Oggi invece posizioniamo vini provenienti da tutte le regioni d’Italia. Li selezioniamo in base ai campioni che ci inviano, ma anche in base ai gusti dei clienti, che spesso facciamo viaggiare in Italia, e all’abbinamento con i piatti dei ristoranti che serviamo. Abbiamo l’esclusiva sulle nostre cantine, in genere di media o piccola grandezza.
Ci sono dei permessi speciali da ottenere per importare vini in Irlanda?
È necessaria una licenza prettamente per il vino, diversa da quella per i superalcolici. C’è una tassa sulla singola bottiglia di 2,80€. La mia ditta si avvale di “bonded warehouse” a Dublino, dei magazzini doganali che svolgono la doppia funzione di deposito e controllo. Negli ultimi anni tutto è diventato più semplice e sicuro grazie all’informatica.
Quanto sono apprezzati i vini italiani in Irlanda? C’è competenza da parte dei suoi clienti? E c’è competizione con i vini di altri Paesi?
I nostri vini sono molto apprezzati e i clienti irlandesi sono più competenti di quanto si possa pensare. Ai tempi della Tigre Celtica hanno viaggiato tanto e provato i nostri vini e oggi sanno riconoscerne la qualità. La competizione è aumentata con l’arrivo dei vini dal “Nuovo Mondo”, ma al momento i vini europei continuano ad avere un valore aggiunto.
Tra i suoi collaboratori ci sono solo italiani o anche di altre nazionalità?
Con me lavorano un ragazzo toscano, Alessandro Verdiani, il mio braccio destro, e due irlandesi che mi fanno da autista e da rappresentante. E poi c’è mia moglie in ufficio che si occupa della contabilità.
La sua azienda e il suo settore hanno avvertito gli effetti della crisi oppure la qualità ha continuato a dare i suoi frutti?
Fortunatamente non abbiamo sofferto la recessione, perché abbiamo continuato ad offrire la qualità di sempre. Magari sono diminuite le quantità richieste, ma in compenso si sono aggiunti nuovi clienti. Alcuni miei competitors hanno sofferto. La qualità però, anche in tempi di crisi, ripaga sempre. Inoltre, da tre anni abbiamo cominciato a distribuire anche caffè con il marchio Moak: oggi riforniamo quasi settanta locali nella sola Dublino.
Consiglierebbe a un giovane italiano di trasferirsi in Irlanda per intraprendere una carriera nel campo dell’enologia? Quali suggerimenti si sentirebbe di dargli?
Certo. Qui il mercato è talmente grande, grazie all’immensa possibilità offerta dalle cantine italiane, che c’è posto per tutti. A chi vuol venir consiglio innanzitutto professionalità, mentalità aperta e fare prima un’indagine di mercato per arrivare con le idee chiare.
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